A Ugo

A Ugo

Le lacrime scendono piene
Come gonfi torrenti in fuga,
Vanno giù, simili a stelle aliene
Solcando qualche ruga

Te ne sei andato anche tu,
Cugino dal dolce sorriso,
Compagno di scuola, di scorribande,
Mai più rivedrò il tuo viso.

Mi trema la mano e il foglio e’ bagnato
Ma non dimenticherò mai il passato
Trascorso tra i vicoli del Castello.
Oggi so che era “il mondo bello”

Maddalena

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Calchetti nell’Enciclopedia dei Poeti Contemporanei Italiani

Calchetti nell’Enciclopedia dei Poeti Contemporanei Italiani Prestigioso riconoscimento per Gian Piero Calchetti, assiduo lettore e …

16 commenti

  1. Gian Piero Calchetti

    S I M I G L I A N Z E E D I S S I M I G L I A N Z E

    Caro signor Zardoni (Le dico“caro” perché anche Lei “confessa” di scrivere versi, e tanto mi basta per rendermela affine e suscitare in me un po’ d’affetto).
    E questo, soprattutto: in un mondo in cui imperversa il rap (ovvero la “sciorinatura” musicalizzata e ritmata di versi insulsi e senza significato d’una qualche specie di rima per i “beoti” del nostro tempo: in un mondo in cui scrivere vere poesie non solo è difficile ma non consente, a meno che non si faccia parte d’un certo “giro” di intellettualità, di sperare in una qualche seria pubblicazione, perché editorialmente non rende: in un mondo in cui scrivere poesie è, in fondo, considerato, se non un vero e proprio“difetto” (come malevolmente di dice di lesbiche e gays), quantomeno una debolezza.
    Da cui deriva che, se non altro, ci vuole coraggio a “mettere in piazza” i propri sentimenti e le pulsioni più intime che t’agitano il cuore.
    Ebbene, questo breve “fiume di parole” come Lei definisce il mio scrivere, sempreché abbia avuto tempo e pazienza per leggerlo fino in fondo, vuol semplicemente dire (ma dovevo argomentarne la ragione; Lei come avrebbe fatto?), che ammiro, a prescindere da ogni e qualsivoglia gerarchia di valori messi in campo, o meglio, sul foglio, sia Lei che Olga/Maddalena, alla stregua d’ogni altro che “tenga coraggio” di scrivere versi che scaturiscano più dall’anima che dall’intelletto, perché, a mio modesto parere, è solo la poesia che può addolcire un’esistenza qual è la nostra.
    Alla stregua degli antichi Greci, che pronosticavano la “Repubblica” perfetta solo se “guidata” dai Filosofi, oserei addirittura azzardare che la nostra, alla faccia dei molteplici improvvisatori e rottamatori che attualmente la distinguono inesorabilmente, dovrebbe essere governata dai poeti. Dai poeti che, comunque agiscano, quantomeno compiono azioni meditate.
    Proprio per questo, però, Caro signor Zardoni non posso essere d’accordo con lei quando, dando per scontato che io faccia la stessa cosa, osa dire “Amo anch’io giocare con le parole, ma come un giocoliere”.
    A parte il fatto che le parole sono “pietre” e non semplice flatus vocis, la poesia, più o meno espressivamente “filtrata”, è “verità” assoluta, giammai “inganno” o gioco.
    E poi, avendo letto appena una parte infinitesimale di ciò che ho scritto nel corso di tanti e tanti decenni di meditate fatiche, come può affermare, che mi siano aliene forme espressive di Poesia concisa ed ungarettiana come lei le definisce?
    Non solo poesie di tal fatta non mi sono affatto “aliene”, ma, fatte salve, ad oltranza, quasi si trattasse d’un postulato o d’un imperativo categorico (acciocchè non possano insorgere equivoci di sorta, tra chi scrive e chi legge), la chiarezza dell’intuizione e l’appropriatezza delle parole, i versi più belli che ho scritto sono sostanzialmente ermetici e surrealistici.
    La ragione per la quale il sottoscritto (che, in quanto gli “viene troppo facile”, evita d’usare la rima, riservandola quasi esclusivamente alle “composizioni” satiriche), per solito, poco indulge alla Poesia concisa ed ungarettiana, è semplicemente dovuta al fatto che ci sono in giro tanti e tanti “cialtroni” che non ostante non conoscano neppure l’Italiano, fanno sfoggio, in un battibaleno, come avviene per i fuochi pirotecnici, di “fantasmagorie” espressive che significano tutto ed il contrario di tutto.
    A mio parere deve esserci, per quanto possibile, precisa attinenza tra ciò che si vuole comunicare e le corrispondenti parole per significarlo. Da qui, le mie “avances” nei confronti di Olga/Maddalena per UGO.
    Due ultime cose, caro signor Zardoni:
    1° Lei rivendica il giusto diritto di dire la sua e fa bene a rivendicarlo; perché questo diritto, almeno secondo la stragrande maggioranza di chi si è autonominato mio “antagonista”, a me non è, invece, consentito?
    2° Per favore, visto che le parole sono “pietre”, “non meni il can per l’aia”: quando, testualmente scrive “ma del resto ha una certa età e sicuramente l’albero non si può raddrizzare”, non significa una presa d’atto che il sottoscritto ha un suo modo di vedere le cose, comunque, da rispettare, bensì che il sottoscritto, da condannare perché la pensa in modo diverso dal suo, non è, data l’età, più in grado d’essere corretto.
    A parte la scortesia usata nei confronti di chi Le è più anziano, Lei, senza magari avvedersene, con questo modo d’esprimersi ha semplicemente attribuito caratteri d’obiettività ad una Sua semplice quanto, per altro, rispettabile opinione.
    Ognuno è fatto a suo modo!
    Ed io, che sono giornalista da 59 anni e mezzo, ho imparato dal mio mestiere soprattutto due cose: 1° che le sintesi si fanno coi titoli, sottotitoli, riquadri etc; 2° che ogni informazione, non solo deve essere attinente ai fatti ed alla cronaca, ma anche estremamente argomentata e particolareggiata.
    Ragion per cui, siccome questa 2^ regola vale eziandio per gli “opinionisti”, in misura della loro scienza e coscienza, a questa il sottoscritto, in piena serenità d’animo, si attiene.

  2. Giovanni Zardoni

    Se a me Calchetti appare illeggibile, magari ad altri io appaio indigesto. Ci sta.
    Però voglio avere la libertà di esprimere un parere e l’ho fatto.
    Il mio stile è agli antipodi di Calchetti, anche nello scrivere poesie (pure io ne faccio di tanto in tanto): conciso, ungarettiano. Amo anche io giocare con le parole, ma come un giocoliere: ho un blog apposito che ora non ho più tempo di aggiornare.
    L’immagine dell’albero era per dare il senso che Calchetti appartiene ad un mondo che -ahimè o non ahimè- non è più, ed il suo stile che io non riesco a leggere (avrò dei limiti, forse anche solo di tempo) non credo proprio che lo cambierà. Come io non cambierò il mio, anche se sono un po’ più giovane.
    Buona Vita a tutti!

  3. Gian Piero Calchetti

    EGO SUM SIMPLEX SICUT COLUMBA!

    Grazie,
    ingegner Attilio Regolo. Grazie tante!
    La Sua, per me è stata, in quanto del tutto isolata, la classica vox clamantis in deserto.
    Per il resto, una vera e propria “geremiade” di apodittici, ingiustificati ed irriverenti “crucifige!”.
    E pensare, che, come m’è capitato per altri in altre occasioni (legga giovani alle prime armi nella difficile arte del “poetare”), pensavo di fare “cosa buona e giusta”, siccome recita la liturgia della messa, ovvero di suggerire parole migliorative rispetto al già “buono”, scritto dall’esacerbata Maddalena.
    Evidentemente ho sbagliato luogo e momento per esternare le mie espressioni, lo ripeto del tutto prive di qualsivoglia malizia o saccenteria.
    Non a caso, ho citato mie recenti e pregresse esperienze per le quali, mai mi sono adontato. Anzi, ne ho fatto tesoro ed espresso ringraziamenti per i consigli ricevuti da chi, al momento, evidentemente più e meglio di me, ferma restando ogni mia primaziale virtù creativa, aveva colto i giusti toni espressivi per comunicare quel che tenevo dentro.
    E’ “arte” della maietuica questa. Un’arte difficile da assorbire, tollerare e praticare.
    Un’arte che non è da tutti, soprattutto in un’epoca in cui non si ha tempo nè voglia di leggere e riflettere, preferendo fermarsi ai titoli ed ai “mugugni”.
    Un caro abbraccio! In attesa di farLe avere, nei prossimi giorni, assieme ad alcune altre persone pari Suo, una simpatica “storiella” su Muzio Scevola, che ho affidato alla Redazione di “Giglionews”.

  4. Gian Piero Calchetti

    AD OGNI POETA MANCO’ UN VERSO

    Vede, signor Zardoni,
    buon ultimo in questo “maramaldeggiare” contro il sottoscritto solo perché s’è permesso di dare un “consiglio” e di “ritoccare” la poesia di una (così almeno m’è parsa) giovane poetessa, scritta in morte d’un caro cugino, ho l’impressione che né Lei, né gli altri, per così dire “antagonisti”, vi siate resi conto d’un fatto discriminante in materia di privacy e di rispetto del prossimo.
    Il fatto è questo: ciascuno è padrone di scrivere (che lo faccia male o bene è del tutto indifferente) quel che più gli aggrada, tenendolo del tutto riservato; se però lo mette al cospetto degli altri (e questo è quel che, nella fattispecie, ha fatto la brava Olga/Maddalena) s’espone automaticamente al parere degli altri (e non c’è più riservatezza che tenga).
    Ciascuno è padrone d’esprimere il proprio parere, di commentare, rilevare presunti errori d’espressione, iperboli etc. secondo il sentire che gli addiviene da ciò che legge.
    Questa, esimio signor Zardoni, è “libertà d’espressione”, ovvero uno dei capisaldi della Democrazia, che addirittura gli Stati tutelano attraverso apposite leggi.
    Quello che, invece, non è consentito è formulare o pretendere censure. Cosa che, immancabilmente, è avvenuto nei miei confronti.
    Non esistono affatto prerogative di sacralità per nessuno, neppure per chi abbia inteso “divulgare” al prossimo i propri intimi sentimenti per una “dipartita” estremamente dolorosa.
    E non è stato compiuto nessun reato di “Lesa Maestà”, se il sottoscritto s’è permesso in totale libertà e serenità d’animo d’esprimere un parere non perfettamente conforme alle aspettative dell’autrice (che non credo l’abbia pubblicata su “Giglionews” per ricevere applausi o consensi, bensì per far sapere e conoscere).
    Mi permetta d’aggiungere che, a prescindere da eventuali e gradite “repliche” entrando nel merito di ciò che ho scritto (del tutto assenti!), conformemente a quanto, a torto o ragione, pensavo, si sia scatenata contro il sottoscritto una vera e propria “canea” campanilistica, che non fa onore alla gente dell’Isola.
    Mi rendo ben conto che dietro alla poesia di Ugo, ci sia stato un dramma speciale e che Olga/Maddalena l’abbia profondamente ed intimamente sofferto oltre ogni dire. Dramma che io ho solo percepito e che certo avrei condiviso se solo fossi stato sull’isola.
    Ma questo non esclude niente di quello che ho appena detto. In primo luogo perché il dolore non è un sentimento esclusivo e riservato. In secondo luogo perché ognuno conosce i propri drammi e non è detto che non siano tali e quali se non addirittura più laceranti di quelli degli altri.
    Nella fattispecie, ad esempio, il sottoscritto, sempre sulle pagine di “Giglionews” e de “IL Fogliaccio” di Milano, ha scritto versi assai sentiti per la morte del cognato Nazzareno, che aveva conosciuto da bambino e che aveva cresciuto.
    Ed allora? Cosa mai ho fatto di male se ad Olga/ Maddalena, pur apprezzando in larga misura le cosa che aveva scritto mi sono permesso (è la mia personale opinione) di fare delle osservazione e di prospettarle qualche correzione per la sua, comunque, ammirevole composizione. Così come niente è tutto bene o tutto male, anche i versi d’un poeta non sono un “bello assoluto” (non a caso è un modo di dire quello che recita “Ad ogni poeta mancò un verso”).
    Niente vietava che, entrando nel merito delle mie osservazioni, ma senza censurarne apoditticamente l’azzardo, l’autrice e gli altri avessero pacatamente confutato le mie osservazioni.
    Questa è dialettica, signor Zanardi. L’altra è prevaricazione e censura!.
    E poi, dispensandovi da più approfondite analisi di tipo lessical-terminologico, ivi comprese alcune “iperboli” espressive, siccome vi siete tutti risentiti, vogliamo rivedere quel che ho scritto, in prima battuta?
    Al primo rigo mi sono scusato per essermi permesso di ritoccare la sua “bella quanto semplice poesia, sgorgata da cuore”. Quindi, sorvolando sul fatto che chi scrive, per solito, lo fa per comunicare e che, quindi, esprimersi al meglio è, come asseriva Mazzini, pressoché doveroso perché tutti capiscano, ho testualmente scritto: Scusa, quindi, la mia presunzione, la presunzione d’un anziano aspirante poeta, che “ammirato” dalla freschezza delle cose che hai scritto, dal vuoto che t’è rimasto dentro per una persona cara, improvvisamente “scomparsa”, s’è permesso di “rimaneggiare” i tuoi versi, che se non sbaglio, sono soprattutto frutto di spontaneità giovanile, nella speranza che riescano a meglio far intendere quel che senti, ma, soprattutto, quel che sentivi per Ugo.
    Ebbene, cosa mai c’è di male, quale mai sacrilegio ho compiuto, quale intemperanza per trovarmi vilipeso al punto che, senza tanti preamboli mi s’impone espressa censura?
    Ripensi (e con Lei, anche gli altri) a quel che ha scritto, magari, per non tranciare pregiudizi piuttosto che giudizi, giudizi che, comunque, gradirei fossero di merito, e poi vada pure a rileggere qual che ho scritto io.
    E questo, nella speranza, non solo che riprenda a leggere le cose che scrivo (assai faticosamente peraltro, perché se, ad esempio, è facilissimo, perentorio e comodo “uscirsene” con un STICAZZI!! per far rilevare, a torto o ragione, che il rimborso di 7.000 Euro,versato alla “Misericordia” dalla Concordia, è basso, è, invece complesso e laborioso argomentare un parere “documentato” nei diversi campi in cui ciascuno intenda “cimentarsi”), ma soprattutto perché credo sia giunto il momento di finirla con questa “falsa” diatriba.
    Falsa diatriba che, per quel che mi riguarda, m’ha soltanto sortito se non tanto il rancore, quantomeno l’indifferenza di Olga/Maddalena Centurioni.
    E di questo molto me ne dispiaccio perché, come ho avuto già occasione di scrivere, nessuno è un’isola e la campana, quando suona, lo fa per tutti, me compreso.

  5. Eh no, Giovanni Zardoni, qui ad esagerare siamo noi altri del forum.
    Gian Piero Calchetti sarà pure verboso, prolisso,, saccente, autoincensatorio, intromissivo, etc etc con tutti i difetti umani e di personalità da cui nessuno di noi è esente specie quando si ha l’ardire di esprimersi pubblicamente come facciamo per esempio su GiglioNews, ma addirittura “illeggibile”, come tu affermi, caro Zardoni, questo proprio no.
    Con Calchetti siamo di fronte invece ad un maestro della parola e del suo costrutto scritto, con esperienza e capacità professionali di elevatissimo livello, ed ogni suo “pezzo” arricchisce l’informazione e la cultura di chi legge.
    Certo, bisogna avere la pazienza e gli strumenti per riuscire a leggerlo interamente e per e per saperlo comprendere in profondità.
    E poi, quella tua nota finale sull’età e l’albero irreversibilmente distorto….
    Te la potevi davvero risparmiare, Zardoni, perchè non c’è cosa che suscita in noi più rispetto e ammirazione di un vecchio e maestoso albero, che sia una quercia un castagno un noce un fico o un ulivo , che dopo aver dato frutti per tutta la sua secolare esistenza cerca di continuare a darne per quello che può anche da vecchio e ormai non più raddrizzabile riuscendo comunque a offrirci ombra e la stessa legna di cui è fatto.
    Saluti.

  6. Giovanni Zardoni

    Purtroppo da tempo Calchetti è un fiume di parole (che io non riesco più nemmeno a leggere) ma qui aveva davvero esagerato, non portando rispetto a chi ha scritto la poesia.
    Ma del resto ha una certa età e sicuramente l’albero non si può più raddrizzare…

  7. Caro Giovanni

    Grazie per il messaggio di incoraggiamento che mi esorta a proseguire la strada intrapresa.
    Le tue sono poche parole ma chiare, concrete, efficaci. E’ questo che deve trapelare da una frase, una poesia, un racconto ecc, ma sembra che il divagare, la prolissita’ e l’autoincersarsi dilaghino, a tutto svantaggio di chi scrive.
    Non e’ piacevole e neanche rilassante leggere le stesse cose rivoltate, ripassate e troppo spesso associate a parole altisonanti a mio parere fuori luogo.
    Non voglio allungare il brodo perche’ diventerei uggiosa ma questo e’ il mio pensiero, come mia e’ la poesia. Chi la vuole criticare si accomodi ma cio’ che e’ mio non si tocca per nessun motivo.

    Un abbraccio a te e famiglia
    Maddalena

    P.S. Approfitto dell’occasione per salutare e ringraziare Attilio Regolo il quale, con indomito coraggio, e’ tornato dal nemico al posto della mia poesia ostaggio dei romani.

    Ciao Attilio alias……..
    Maddalena

  8. Attilio Regolo

    Si percepisce con chiarezza che quelle di Maddalena Centurioni in ricordo del suo amato cugino sono parole poetiche sgorganti dal cuore avvolte dalla memoria e suscitano sensazioni profonde e coinvolgenti.
    Saluti.

  9. Gian Piero Calchetti

    A C I A S C U N O I L S U O

    Avevo deciso di “desistere”, e perché la “piega” che la questione ha preso, ovvero le reazioni suscitate dalla mia “intromissione” (da tutti gli intervenuti “stigamatizzata” senza riserve) in merito alla bella poesia su Ugo, mi ha molto amareggiato, in quanto ritengo d’essere stato sostanzialmente ed ingiustamente frainteso, e perché, con il secondo “intervento”, ero convinto d’aver serenamente spiegato le miei intenzioni, e perché, infine, l’autrice, evidentemente esacerbata, m’ha chiesto d’ignorarla alla stregua di come, a sua volta, intende ignorarmi.
    Purtroppo, debbo mancarle di parola, e per questo, per l’ennesima volta, chiedo scusa all’autrice.
    Debbo mancarLe di parola perché l’ultimo interlocutore, il signor Giovanni Natali, ha voluto fare della gratuita ironia nei miei confronti.
    L’ha fatto allorchè non si è solo limitato, era ed è nel suo pieno diritto, a congratularsi con Maddalena Centurioni, ma dopo aver “rimproverato” il sottoscritto, appellandolo correttamente come signor Calchetti, ha inteso “infierire” con un “Esimio professore, si astenga da simili interventi” (con ciò mettendosi lui in cattedra).
    Ebbene, a parte il fatto che il sottoscritto abbia conseguito un paio di lauree ed abbia ricevuto molteplici attestati di varia natura, relativi al mondo del volontariato, della solidarietà e della narrativa (buon ultima, oltre ad alcune menzioni d’onore per la poesia, l’attribuzione del titolo di 1° Classificato e, quindi, di “vincitore” del 5° Premio Letterario Nazionale “Città di Piombino”, indetto e gestito, contestualmente, dalla città siderurgica e dall’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia), non avendo partecipato a concorsi per l’insegnamento, né essendo stato insignito di titoli accademici, non è affatto “professore”.
    Di più, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, non esiste alcunchè, ivi compresi biglietti da visita (che non uso), elenchi telefonici, targhetta sull’uscio di casa, che possa attestare, anche per una sola volta, che i miei semplici nome e cognome, siano stati preceduti, com’è, invece d’uso comune, dalla parola “dottore”.
    Né che mai qualcuno, senza correre il rischio d’incappare in un rimprovero, si sia azzardato a chiamarlo tale.
    Ancora di più, non ostante abia ricevuto il titolo di “Cavaliere”, per le oltre cento donazioni di sangue effettuate e che ho dovuto interrompere per l’insorgenza d’un tumore al collo (tumore non particolarnmente aggressivo, ancorché maligno), mai ho messo all’occhiello le “insegne” del cavalierato, né mai ho consentito che tale mi si chiamasse.
    A questo punto, è d’uopo però, nella speranza di diradare questo “tormentone” che, inaspettatamente ed immeritatamente, ha offuscato la mia solinga Estate, spiegare meglio alcune cose.
    Quando ho accennato a Pier Paolo Pasolini, che a suo tempo ebbe ad apprezzare i miei versi (circostanza per la quale Alina Fanciulli – che in merito alla “rivisitazione” di “Divina Torricella” di Tonino Ansaldo, s’era espressa con queste testuali parole: “Belle poesie entrambe” –, ha scritto “Qualcuno l’avrà certamente lodata, un tempo: ma adesso si dia degli argini, per favore.”), ho inteso parlarne non certo per “sbrodolarmi” all’ombra del grande intellettuale, superbo, autore, tra l’altro, dell’impareggiabile “Le ceneri di Gramsci”, bensì con riferimento al fatto che, talvolta, li correggeva e li arricchiva, come ebbe a fare in occasione della stesura di “Tarquinia”, da qualche mese, riportata ne “IL FOGLIACCIO”, giornale on line di Milano.
    “FOGLIACCIO”, il cui editore, ossia il valente scrittore ed amico maremmano Carlo Rizzi di Orbetello, spesso mette mano alle mie “composizioni” ed, a volte, le “falcidia” o le cestina, senza che, per altro, me ne adonti.
    E’ forse la mia professione di giornalista che m’ha abituato a questo? Professione che implica, per molteplici motivi e non solo di spazio, che chi ne ha potestà possa, anzi, debba, rivedere, correggere, emendare, integrare, tagliare etc. i pezzi. Può darsi, ma non è solo per questo.
    Del resto, è assai lodevole l’iniziativa che vede, anno dietro anno, molteplici scuole di ogni ordine e grado, dare alle stampe le cosiddette pubblicazioni “collettanee”, che graficamente ed editorialmente encomiabili, altro non sono che raccolte di versi e racconti di alunni particolarmente “vocati” alla narrativa, opportunamente corrette, emendate ed integrate da chi se ne intende, ovvero da validi insegnanti, soprattutto di lettere, che, stando dietro le quinte, mai “rubano” loro il proscenio se non come coordinatori di ciò che viene pubblicato.
    E poi, ogni opera dell’intelletto, pur rimanendo personale in eterno, non è mai una cosa sacra, ovvero qualcosa che al solo accennarne si rischia di commettere un reato di lesa maestà.
    E’ e rimane una cosa personale e sacra se non la si divulga, perché se solo muove un passo oltre la soglia di casa diventa pubblica e quindi, esposta a valutazioni o critiche, positive o negative che siano, che ne fanno una cosa di tutti. Per cui tutti possono ben “dire la loro”.
    Ed è questa la ragione, che, per altro a fin di bene, come ho cercato di spiegare sia al’incolto che all’inclito, m’ha fatto azzardare, pur apprezzando fortemente i contenuti della poesia dedicata ad Ugo, un tentativo di miglioramento formale, suggerendo, tra l’altro alquanto frettolosamente, sommesse modalità alternative di comunicazione espressiva.
    Del resto (ho portato “L’Infinito” leopardiano, quale esempio sintomatico al riguardo), la ricerca del miglioramento espressivo è talmente simbiotica rispetto all’animo del poeta, che alcune opere, apparentemente frutto di massima spontaneità e freschezza, sono in realtà il risultato di lunghe e sofferte meditazioni implicanti anni di ricerca.
    Anche se non sono Sgarbi, mi sia consentita una breve, immodesta autocitazione.
    La mia poesia su “Orbetello”, pubblicata, tra l’altro su “Giglionews”, è frutto d’un “lavoro” durato più di vent’anni, alla ricerca del giusto ritmo e delle giuste (secondo me naturalmente) immagini. E non è detto che sia pienamente riuscito nell’intento. Tant’è che vorrei rielaborarne l’ultima parte. Così come sono più di trent’anni, che cerco un parola (una parola sola), che integri del giusto significato, che intendo dar loro, altri miei versi che non sono mai stati pubblicati o letti da nessuno.
    Che cosa intendo dire con questo?
    Intendo dire che, appena letta la bellissima poesia su Ugo, sono rimasto colpito dalla spontaneità e dalla sacralità dei sentimenti che esprimeva (non per niente, ho anche detto all’autrice che, se mi fosse stato consentito, le avrei suggerito di farli incidere su una lastra di bronzo e di fissarli alla lapide della toma, siccome anch’io ho fatto per mia madre).
    Dopo di che, sopraffatto dalla razionalità, m’è parso di vedere che dal punto di vista espressivo “denunciava” alcune “acerbità” che sarebbe stato “meglio” rimuovere” o “cangiare” concettualmente.
    Questa la mia presunzione, questo il mio atto di superbia, questa la mancanza di “argini” di cui giustamente m’accusa Alina Fanciulli.
    Ciò non ostante, la mia superbia non è certamente pari a quella dell’angelo “che portava la luce”. Ovvero, se implica che il gesto non sia stato gradito ed apprezzato nella misura in cui l’ho compiuto e per gli scopi che m’ero prefisso, questo non significa affatto che debbe essere ritenuto inopportuno, indebito, sacrilego o contronatura.
    E questo, perché ho semplicemente esercitato un diritto di critica, azzeccata o meno che sia stata.
    Del resto, quel che ho scritto e suggerito in merito alle “fattezze” della poesia in memoria di Ugo, è stato ampiamente criticato, non ostante che l’esercizio di queste critiche sia avvenuto su un piano sostanzialmente indebito, ovvero sulla liceità di ciò che mi sono permesso di fare, anziché su quello della congruità di quanto ho scritto, come, invece, sarebbe stato doveroso.
    Ragion per cui, solo chi è “senza peccato” ha diritto di scagliare la prima pietra, così come fare dell’ironia è, nella fattispecie, senz’altro da ritenersi “meschino”.

  10. Giovanni Natali

    Il commento alla poesia della Sig.ra Maddalena da parte del Sig.r Calchetti è del tutto fuori luogo ed inopportuno!
    Esimio professore si astenga da simili interventi!
    Brava Maddalena hai suscitato in me le tue stesse emozioni, un abbraccio.

    Giovanni

  11. Olga Centurioni

    Egr.
    Sig. Gian Piero Calchetti

    Continuo a risponderLe su questa sterile polemica che riguarda una questione seria e drammatica.
    Vorrei che riflettesse sul fatto di avere corretto una poesia scritta da me, persona sconosciuta, e riferita a mio cugino Ugo, altra persona a Lei completamente ignota.
    Ribadisco ancora una volta, quello che scrivo riguarda me, i miei pensieri, i miei ricordi, il mio modo di vedere la vita e non accetto correzioni o meglio ingerenze da nessuno, senza considerare che mal sopporto i consigli gratuiti.
    E non mi tiri in ballo i classici, San Matteo, Pasolini, Leopardi che niente hanno a che fare con due righe, scritte in fretta senza guardare troppo la forma, dettate dal dolore della perdita.
    Mi meraviglia assai la Sua insistenza che, fra i tanti giri di parole, pare che metta sullo stesso piano sensibilità e intrusione, intrusione del mondo altrui.
    Ho moltissime cose da fare e prendere del tempo per risponderLe mi diventa oltremodo faticoso, pertanto Le chiedo di fare una cosa per me, mi ignori, ed io faro’ altrettanto.

    Ossequi.
    Olga Maddalena Centurioni

    P.S.:
    Approfitto dell’occasione per ringraziare la cara Alina del suo gradito intervento.

  12. Alina Fanciulli

    Maddalena, la sua poesia mi è sembrata delicata, lieve e dolente. Perciò anch’io ho trovato irritante che si sia voluto presuntuosamente”migliorarla”, oltre tutto stravolgendo il testo con introduzioni banali e fuori luogo (“stelle che nessuno asciuga”,”il Paradiso che illumina il viso”,”il tempo passato invano”).
    Signor Calchetti, qualcuno l’avrà certo lodato, un tempo: ma adesso si dia degli argini, per favore.

  13. Gian Piero Calchetti

    O P O R T E T S C A N D A L A E V E N I A N T (Matteo)

    Purtroppo, signora o signorina Centurioni, come recita un vecchio detto, “Ad ogni poeta mancò un Verso”.
    E, putroppo, l’assioma riguarda me e solo me.
    Infatti, tutto mi sarei aspettato meno che Lei si risentisse.
    Soprattutto, perché, pur essendomi permesso una “rivisatazione” delle “Divina Torricella”, il bravissimo Ansaldo non se n’è risentito. Anzi, ritengo che si sia addirittura compiaciuto del fatto che qualcuno, per quanto sconosciuto, si sia rifatto ai suoi versi per comporne altri, fraintendendo, tra l’altro (come m’ha fatto capire, in base ai ricordi del padre, la signora Alina Fanciulli), Cignolombuco con una specie di piccolo “sauro” che, sorpreso dalla marea, se ne va alla deriva sopra un tronco.
    Con tutta franchezza debbo dirLe (per fortuna non l’ho fatto, visto che Lei, non ostante nessuno sia un’isola e la campana suoni per tutti, ha “inteso”, con estremo fastidio, la mia “intrusione”) che i Suoi versi mi sono tanto piaciuti che volevo consigliarLe, come del resto il sottoscritto ha fatto per sua madre, al Cimitero d’Orbetello, di farli mettere sulla tomba di Ugo, che certamente li meritava.
    L’avere, in qualche punto, messo mano alle sue espressioni, come ad esempio, cangiare torrente (che è comunque sempre tumultuoso) in ruscello, l’omettere ruga (che, a mio parere poco aveva a che fare con un giovane volto quale ho pensato fosse il Suo), od il chiudere con i due versi finali relativi al Castello (che ha sottolineato come inopportuni), voleva solo comunicarLe che io avevo capito, fino in fondo (mi perdoni la presunzione), il suo trauma oltreché significarLe che anche altri avevano il diritto di capirlo e di sentirlo attraverso una migliore corrispondenza tra forma e contenuto.
    E qui, sono stato tradito da un vezzzo antico. Ovvero quello per il quale, per quel tanto o poco che il mio scrivere valga (ancorché possa ben dire d’avere avuto, a suo tempo, la fortuna di ricevere gli apprezzamenti, le osservazioni e le correzioni d’un certo Pier Paolo Pasolini), ho sempre cercato di “comporre” versi e parole, in modo che tutti coloro che avessero avuto l’occasione o la disgrazia, a seconda del punto di vista da cui i miei “sforzi” si guardino, potessero sempre capire ciò che andavano leggendo.
    L’aver rimaneggiato la Sua ”composizione”, che Sua rimane, ad oltranza, non è, almeno per quel che mi riguarda, un atto di prevaricazione o d’imperio come quello che fa il “cuculo”, di cui si dice estrometta dal nido le uova d’altri uccelli per metterci le sue.
    Se non fosse così, non avrei scritto la premessa, che intendeva solo sostenere che, in qualche punto, le Sue “espressività”, avrebbero ricevuto sen’altro un’arricchimento dall’uso di parole (del resto si scrive per comunicare) attraverso le quali, chiunque altro avesse potutto capire, di primo acchito, quanto fosse profonda l’esacerbazione del Suo animo al cospetto dell’inaspettata “dipartita” del Suo congiunto.
    Guardi che anch’io sono estremamente legato alla “morte” in qualsivoglia forma sopravvenga.
    Tant’è che la maggior parte delle “cose” che, in bene od in male, ho scritto sono state composte in memoria di qualcuno.
    Quanto alla spontaneità della poesia lirica che, come Lei afferma, dev’essere come uno zampillo, una scaturigine di visioni, constatazioni, sensazioni, sentimenti etc., che, fresca e spontanea, scende dalla nostra penna, mi dispice contraddirLa.
    Sia le liriche antiche, mi riferisco soprattutto ad Alceo, Saffo e Mimnermo, sia quelle più recenti, mi riferisco soprattutto al capolavoro di Leopardi, “L’infinito”, sono frutto di gran fatica e di massimo impegno, fisico e mentale, di correzioni, aggiunte, elisioni e rimaneggiamenti, che implicano, a volte, addirittura anni di lavoro, prima di sciogliersi in versi miracolosi, che corrono via come l’acqua dei ruscelli nel bosco.
    Perché se ne renda conto, non solo La invito ad andare a Recanati presso la dimora di Leopardi a leggersi “L’Infinto”, e lì constatare che la versione esposta, in cornice, sulla parete della ricchissima biblioteca, non è quella normalmente pubblicata dalle antologie, ma la informo pure che il “sublime” poeta, simbolo della più pura spontaneità espressiva che, almeno in Italia, si conosca, di “Infiniti”, più o meno, ne ha scritti oltre venti.
    Peccato, signora o signorina Centurioni, che Lei mi abbia maltrattato. Davvero non lo meritavo.
    Non dimentichi mai la massima cristiana che asserisce (nella circostanza, specialmente per il sottoscritto) omnia munda mundis.
    Non è che mi aspettassi complimenti, ma quantomeno, non ritenevo meritassi una perentoria “reprimenda”, quale ha voluto affibbiarmi, quasi avessi compiuto un sacrilegio.
    Ad ogni buon conto, se m’è capitato d‘offenederLa senz’avvedermene, mi scusi e, senza rancore da parte mia, abbia i miei più reverenti saluti, nella speranza che non mi denunzi per “plagio”.

  14. Olga Centurioni

    Egregio signor Gian Piero Calchetti

    Ho letto il suo commento, nonché il rimaneggiamento della poesia dedicata a Ugo, mio cugino.
    Mi scuserà se non sono stata attenta alle rifiniture ma, come Lei saprà, le poesie si esprimono di getto o sono costruite.
    Io le scrivo quando provo un’emozione, una sensazione un sentimento.
    Le parole per me sono come l’anello di una catena, legato al precedente che apre la strada al successivo. Per questo ritengo che le mie parole devono essere indivisibili.
    Le sarò grata se in futuro si asterrà dal rielaborare le mie espressioni perché Lei, egregio signore, non sa nulla della mia storia recente, ignora il mio passato e soprattutto non sa cos’è il “””mondo bello”””

  15. Simonetta Pianiri Lubrani

    Carissima Maddalena siamo commossi nel leggere la tua bellissima poesia.
    Un affettuoso abbrraccio da tutti noi, Simonetta, Laura, Enrica, Riccardo e Luca.
    GRAZIE di cuore di questo bellissimo regalo! Ci farebbe piacere avere un tuo recapito per poterti ringraziare

  16. Gian Piero Calchetti

    Scusami Maddalena se mi sono permesso di “ritoccare” la tua bella quanto semplice poesia, sgorgata dal cuore.
    Una poesia è il miracolo d’un sentimento, che, s’è ben espresso, comunica agli altri ciò sentiamo, ciò che pensiamo, ciò che intravediamo negli eventi, negli uomini e nelle cose, ciò che gli altri non sembrano “sentire”, o che solo a noi è, per così dire, riservato.
    La poesia, che scaturisce da ciò che di più profondo e riservato alberga nell’intimità del nostro animo, è testimonianza di ciò che siamo e di come vorremmo il mondo fosse. Sentimenti e cose che, a parole, non riusciremmo a comunicare.
    Scrivere una poesia induce ad un processo escatologico, espressivamente liberatorio d’un improvviso o meditato insorgere di sensazioni che ti gravano sulla coscienza, “turbandoti” l’anima, per ripartirle con il prossimo cui è data l’opportunità di leggerti, interpretarti e capirti. Cosa non facile ed ardua; mai, però, velleitaria, anzi, encomiabile!, perché l’uomo, meglio e più degli animali, può e deve comunicare, per condividere e convivere.
    Scusa, quindi, la mia presunzione, Maddalena, la presunzione d’un anziano aspirante poeta, che “ammirato” dalla freschezza delle cose che hai scritto, dal vuoto che t’è rimasto dentro per una persona cara, improvvisamente “scomparsa”, s’è permesso di “rimaneggiare” i tuoi versi, che, se non sbaglio, sono soprattutto frutto di spontaneità giovanile, nella speranza che riescano a meglio far intendere quel che senti, ma, soprattutto, quel che sentivi per Ugo.

    A MIO CUGINO

    Le lacrime scorrono piene
    come un ruscello in fuga,
    come il sangue nelle vene.
    Son come stelle “aliene
    che nessuno asciuga.

    Anche tu sei andato,
    cugino dal bel sorriso,
    e so che sei rinato
    al sol del Paradiso,
    ch’illumina il tuo viso.

    Trema incerta la mano
    e il foglio è ormai bagnato
    per ciò che il mondo è stato,
    giacché passato é invano
    il tempo del Castello …
    che non sarà più quello,
    che non sarà più bello.

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