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In ricordo di Caterina Baffigi Ulivi: “Sesto di Pisino”

In ricordo di Caterina Baffigi Ulivi

Caterina amava tutto della sua isola: il mare, l’aria, il cielo, ogni singola cote, ogni piccolo fiore selvatico. E amava la sua gente, di un amore materno, incondizionato. Mi piace pensarla sorridente e quieta, in compagnia di tanti amici, insieme a babbo. E ricordarla ad un anno dalla sua scomparsa con un suo racconto dedicato alla ultima dimora. Anche quella, amata.

Loredana Ulivi

Sesto di Pisino

Il Camposanto del Castello sorge in un pianoro ameno e abbraccia
un vastissimo orizzonte, cosicché l’alba lo illumina
appena spunta e il tramonto lo saluta prima di spegnersi in
mare. È un condominio accogliente e, dovendoci permanere,
nessuno spera di meglio. Vedi tutto il mare che vuoi e
puoi navigare per lidi infiniti. Ora se nessun recente dolore ti
attanaglia, ma solo il ricordo di tanti amici e parenti scomparsi
ti trattiene in nostalgica contemplazione, ti senti qui
come in un luogo caro e tranquillo, dove il vento sparpaglia
fiori e pensieri.
Un po’ di tempo fa un contadino del Castello, tale Sesto
di Pisino, essendo scapolo ebbe la fortuna di avere una brava
nipote, Nunziatina, che si era sposata al Porto e che lo volle
con sé. Sesto accettò di buon grado, capì che la vecchiaia
incalzava e rimanere soli non era opportuno. Un po’ di disagio
gliene venne, lui che era abituato a parlar di salci, di
peronospera, di pancastrello, di conigli che rovinano gli orti,
non riusciva a capire perché i portolani chiamassero cima la
fune e valutassero i venti e il mare da una angolazione diversa
dalla sua. Ma con la nipote stava bene e il tempo passò,
avvicinando il tempo del distacco. Così un giorno disse a
Nunziatina: “Ó Ni’ lo sai che ti dico? Quando sarà il momento
vorrei anda’ al Castello!”. La nipote tentava di dirgli che al
Porto c’era lei che avrebbe potuto andare a fargli visita e portargli
i fiori. Ma Sesto imperterrito: “Nunziati’, ma al Porto
non mi conosce nessuno, vuoi mettere al Castello? Chi entra
dice vedi? Quello è Sesto di Pisino… un brav’uomo sai? E me
ne sto in compagnia di tutti i miei paesani”. Nunziatina non
deluse certo lo zio, che portò al Castello, dove io lo vedo ogni
volta nella foto sorridente, appagato mi pare.
Questo raduno amichevole, questo ritrovarsi con gli
amici nell’ineluttabile comune destino personalizza il nostro
essere e non essere. Vuoi vedere che nel condominio
accogliente ci scappa pure una partita a carte? Magari qualcuno
spiegherà a Sesto perché i portolani chiamano cima
la fune…
Le foto sbiadite parlano di bellezze superate, di ingenua
vanità. Fanno tenerezza… e se è vero che gli occhi sono lo
specchio dell’anima io vedo qui tante anime belle.
Il vento sussurra, gli uccelli sorvolano chiacchierini quel
campo di croci, le donne chiacchierano, il cancello cigola.
I suoni noti e amici non riescono a tagliare il confine tra chi c’è e chi
c’era e uscendo la nostra malinconia è dolce.

Caterina Baffigi Ulivi

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3 commenti

  1. Antonio Ansaldo

    Salute.
    Bellissimo racconto. Grazie Loredana.
    Anche se il nostro Sesto non era un vero e proprio emigrante, non avendo mai varcato il mare, ne lasciato l’isola,ma si era allontanato dalle proprie “radici” soltanto per 6 km (Castello-Porto).
    Voglio ricordare i nostri morti e il loro desiderio di … “ormeggiarsi in ultimo suo porto con anima pura non reo il corpo …” Come volle fare Sesto di Pisino e come hanno voluto fare moltissimi emigranti gigliesi delle varie citta’ d’Italia.

    Emigranti simili alle foglie di un albero che crecendo si allontanano dal tronco, dalle radici, e sul finire della loro vita cadendo dal ramo tornano a quelle stesse radici.

    EMIGRANTI COME FOGLIE

    Dall’albero
    ogni ramo,
    ogni foglia
    nel crescere
    prende un suo verso.

    Lontano,
    lontano
    sempre più
    dal tronco
    dalle radici.

    Ma …
    da quelle radici
    da sempre e per sempre
    riceve la linfa
    la foglia.

    Poi …
    vecchia,
    muore,
    cade
    e alle radici
    la foglia … torna.

    Tonino giugno 2000

  2. Gian Piero Calchetti

    Racconto dolcissimo del modo d’intendere la vita e la morte, d’una persona, che, come la mitica signora Bacchetta di Roccatederighi, avrei tanto voluto avere, per maerstra, ad Orbetello Scalo!!

  3. Cara Loredana, lo scritto che hai scelto è commovente, e come non potrebbe esserlo !!! Stamani, prima di accendere il computer, mi è venuto il pensiero dei Tuoi genitori …… e dopo ho trovato questo tuo ricordo._ I miei ascendenti Gigliesi dormono serenamente in tutte e due i “condomini accoglienti” come li ha definiti Caterina, se è vero che mio Nonno materno Pietro Bartoli “Castellano” aveva già al suo tempo cercato la “RIUNIFICAZIONE” degli abitanti dell’ amato scoglio, sposando una RUM, Cecilia, portolana. _ Adesso, anche se è triste pensarlo, voglio e mi piace pensare ai tuoi Cari Beppe & Caty (come lui chiamava Caterina) come “parenti” che, recentemente, si sono aggiunti al Camposanto del Castello su quell’ameno pianoro.

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