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Luoghi dove “fa bene” andare

Luoghi dove “fa bene” andare

Sabato 8 aprile ero a Forte dei Marmi per uno spettacolo al quale abbiamo partecipato, con il Coro dei Minatori di Santa Fiora, insieme a Simone Cristicchi e che si è svolto, dopo cena, nel palazzetto dello sport alla presenza di circa duemila persone.

Avevo tutta la mattinata libera e, insieme ad altri due componenti del Coro, sono andato in un posto, abbastanza vicino, dove da sempre mi ripromettevo di andare e per un verso o per l’altro non ci ero mai riuscito.

La strada, circa sette km, dopo un inizio abbastanza morbido incomincia a salire decisamente, passando attraverso piccoli abitati fatti per lo più da case sparse, inoltrandosi nei boschi presenti sulle prime pendici delle Apuane.

Le pendenze si fanno sempre più importanti, 10% la media, e la strada si restringe sempre di più; potrebbe essere, anche per ciò che quel posto rappresenta, il degno arrivo di una importante tappa del giro d’Italia di ciclismo.

Mentre salivo con la macchina, ho provato ad immaginare quei camion militari di allora, rumorosi e fumosi, mentre salivano sollevando chissà quanta polvere in quell’assolato agosto del ’44, la strada non era di certo asfaltata, carichi di fascisti italiani e aguzzini di un battaglione “SS” ben consapevoli di ciò che sarebbero andati a fare.

Arrivati su e parcheggiata la macchina la cosa che subito mi ha più colpito è stata la sensazione di tranquillità e di pace che quel luogo ispira; è come se Qualcuno avesse voluto applicare a quel posto, dove la ferocia umana ha toccato uno dei punti più alti della storia, come una sorta di legge del contrappasso.

Davanti alla chiesa, davanti alla quale furono trucidate e bruciate con i lanciafiamme, dando fuoco anche alle panche, circa 140 persone delle quasi trecento totali uccise, c’è un piccolo bar gestito da una signora gentilissima e dalla figlia, nel quale, prima di venire via, abbiamo comprato dell’ottimo pane fatto in casa con il forno a legna e assaggiato del lardo di Colonnata di una bontà eccelsa.

Tra le tre o quattro persone anziane presenti la fortuna (mia) ha voluto che vi fosse Enrico Pieri, uno dei pochissimi sopravvissuti alla strage e che il 12 agosto del 1944 aveva 10 anni. Sentire il racconto di quei fatti da chi li ha vissuti in prima persona è un ricordo che mi porterò nel cuore per tutta la vita. Si è salvato nascosto dietro una porta e perché la casa dove abitava nonostante ripetuti tentativi non prese fuoco. Gli furono uccisi quel giorno il babbo e la mamma e due sorelline Alice di 13 e Luciana di 4 anni.

Sulla parete della chiesa una targa ricorda il coraggio di don Lazzeri il sacerdote che offrì la sua vita in cambio di quella dei suoi parrocchiani; tentativo vano, fu trucidato e dato alle fiamme insieme a loro.

Poi una breve visita al museo della Resistenza, dove invece occorrerebbe più tempo di quello che noi avevamo a disposizione e con una camminata di circa dieci minuti siamo arrivati sulla cima della collina dove si trova il sacrario con la lapide che riporta i nomi di tutti i morti e dove i poveri resti o quel che rimaneva di essi sono sepolti.

Il tempo stringeva e, dopo alcune foto dei luoghi, abbiamo percorso a ritroso la stretta e tortuosa strada fatta all’andata, per ritornare lungo il ben più ameno e rumoroso lungomare della Versilia, portandoci però dietro la consapevolezza di aver “visitato” uno dei luoghi più importanti e significativi della storia del nostro Paese.

Quante volte parlando con amici e conoscenti ci viene da dire o ci viene detto “… ma ci sei mai stato in quel posto? guarda, se non ci sei mai stato vacci, non sai cosa ti perdi …”; così dico a chi ha avuto la pazienza di leggere queste righe.

Se non siete mai stati a Sant’Anna di Stazzema andateci: qualsiasi sia la vostra età, quando verrete via sarete sicuramente un ragazzo, una ragazza, una donna, un uomo migliore. Buon 25 aprile a tutti.

Angelo Stefanini – 25 aprile 2017

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2 commenti

  1. Stefano Ansaldo

    Grazie Angelo e grazie DOTT. Calchetti. STEFANO ANSALDO di VENDELLOVA

  2. Gian Piero Calchetti

    Caro Angelo, tu, forse non lo sai, ma, al di là delle idee politiche, che ci distinguono (ancorché, a ben leggerti, non più di tanto), noi, oltre ad essere parenti, attraverso Barbara, siamo fatti della stessa pasta.
    E questo, non solo perché dalla lettura del bel libro, dal titolo, azzeccatissimo, “Mi sorridono il cielo e le stelle” , scritto da tuo cugino Patrick De Gregori, che, cortesemente, mi hai fatto avere, attraverso il mio consuocero Gianfranco Grilli, libro di cui non ti ho ancora ringraziato, rilevo che la tua “ava”, moglie del “capostipite”, gigliese, degli Stefanini, era di Badia Tedalda, come di Badia Tedalda, era mia madre, figlia di Venerio Bovicelli, fratello di Palmiro, nonno di Barbara, ma perche’, oltre alle “collimanze”, che, tra noi, esistono, in chiave d’interpretazione degli accadimenti, politico-amministrativi, d’Isola del Giglio, m’avvedo che anche tu, nelle more d’uno spettacolo, assai interessante ed educativo, per il quale collabori con il bravissimo Cristicchi, hai sentito il dovere, “mazziniano”, d’approfittarne, per andare a visitare Sant’Anna di Stazzema, quale testimonianza di una efferata strage nazifascista, che non si puo’ e non si deve dimenticare, in quanto, nella fattispecie, se si rapporta il numero delle vittime a quello dei residenti ai tempi dell’ultima guerra, si trattò di un vero e proprio “OLOCAUSTO”.
    Ti dico questo perché, anch’io, quando, molti anni or sono, a capo, di fatto, d’un accreditato Centro di Studi Europei, ebbi a condurre, ad un dibattito internazionale, centrato sulle “problematiche” della Comunità, ancora “in fieri”, che si teneva a Berlino, un nutrito gruppo di studenti universitari, in occasione d’una sostanziale visita turistica a Monaco di Baviera, mentre lasciai liberi giovani di visitare quella bella citta’ ed i suoi impianti sportivi, che avevano ospitato, da poco, le Olimpiadi, nel corso delle quali, per ordine di Arafat, un nutrito gruppo di Palestinesi aveva fatto strage di atleti della rappresentanza israeliana, io decisi, assieme a mia moglie, d’andare, invece, al campo di concentramento di Mauthausen, situato in periferia.
    Quella visita, assai istruttiva, in chiave di arricchimento delle mie già profonde conoscenze di quello che era stato ed aveva compiuto di estremamente orrido il Nazismo, dopo aver ispirato alcune brevi composizioni in versi, al cospetto di recenti e meno recenti prese di posizione, negazioniste o minimaliste, di alcune “formazioni” politiche di estrema destra, quale quella di F.N., che al Giglio, come altrove, facendo distinguo inspiegabili ed impossibili tra le vittime delle Foibe titine e quelle dei campi di concentramento hitleriani, in cui, parimenti, persero la vita migliaia di Italiani, rifiuta di commemorare “Il giorno della memoria”, quale testimonianza dell’Olocausto e della Shoah, m’ha indotto a scrivere la poesia che, di seguito, in occasione del 25 Aprile, mi sento in obbligo di replicare.

    AI “NEGAZIONISTI”

    Cosa mai cambierebbe,
    se invece d’essere stati
    sei milioni d’Ebrei,
    più tant’altri, gli sterminati
    nei “Campi nazisti”,
    di cui un milione e mezzo
    solo ad Auschwitz-Birkenau,
    fossero stati, rispettivamente,
    un milione e qualche centinaio
    di migliaia in meno?
    Sarebbe stato forse diverso,
    se i lager censiti
    fossero stati meno di cento,
    e non avessero cominciato,
    già nel 1933, a costruirli?

    Sarebbe, sempre
    e comunque, un Olocausto,
    una strage di razza,
    compiuta con ogni mezzo:
    un atto di pura viltà,
    per fare, d’uomini uguali,
    puri strumenti degli uni
    a vantaggio degli altri.

    Nemmeno le bestie!
    Altro che Thomas Hobbes,
    col suo “Homo homini lupus”!
    Gli animali uccidono
    per sopravvivere,
    i Nazisti sterminarono
    per prevalere!

    Io so quel che ho veduto,
    oltre ai campi, alle baracche,
    ai forni crematori,
    alle foto, orrende,
    di coloro, che s’impicavano
    ai rubinetti dei lavabi,
    delle cataste di membra
    affastellate e ammucchiate,
    ai bordi delle fosse,
    in un biancore livido
    che sapeva già
    di putrescenza.

    E’ stato orribile
    oltre ogni dire,
    recarmi a Mauthausen,
    dopo la visita, consueta,
    alla storica Birreria di Monaco,
    ove l’allucinato Adolf Hitler,
    prima del “Mein Kampf”,
    “rivelò” al mondo
    il suo “disegno” delirante
    di carnefice assoluto!

    Era un’umida e grigia
    Primavera di tanti anni fa,
    quando, compunto
    per ciò che m’aspettava,
    avendo preferito visitare
    il lager, piuttosto,
    che il villaggio olimpico,
    teatro d’una recente
    strage d’atleti ebrei,
    compiuta dai Palestinesi,
    ed in procinto di passare
    l’osceno arco trionfale
    del lavoro che rende liberi,
    fui costretto a fermarmi:
    tutto il terreno intorno,
    quasi mi trovassi
    in un “carnaio”,
    brulicava di grossi
    e lunghi vermi rosa.

    Sostai a lungo piangendo
    e quasi mi ritrassi,
    ché non tenevo “core”
    ad entrare in quello
    smisurato
    carcere infame,
    in quell’aberrante
    mattatoio:
    “avello” di vessazioni
    e torture inenarrabili;
    finalizzate allo sterminio
    più feroce
    ed alla “fossa comune”,
    per coloro le cui ceneri
    non furono disperse nell’aria
    coi fumi dei forni crematori,
    sempre accesi.

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