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Il Giglio, il Panficato e le tradizioni riscoperte dai giovani

Il Giglio, il Panficato e le tradizioni riscoperte dai giovani isolani che non hanno smarrito il senso della storia locale

Ho letto con molto piacere l’iniziativa del comitato San Mamiliano a proposito della “Battaglia del Panficato” (pubblicata su questo giornale il 19 u.s.).

Proseguire le tradizioni vuol dire crescere nel presente amando ciò che abbiamo ereditato – naturalmente – dai nostri Antichi … Storie di gente che veniva dalle greppe, dalle cave, dalla miniera, dalle capre, dalle barche e reti da pesca; da tutto un mondo ereditato per nascita fatto di doveri e stenti, ma mai di sconfitte, perché, come in un capisteo, ove il legume veniva separato con cura dalle impurità, così i paesani, capavano la loro esistenza con saggezza in mezzo a quella faticosa eredità. E non perdevano. (da il mio: i racconti del Castello – l’organetto di Luca, pag. 89 – Falco editore 2016)

A proposito del Panficato, nostro dolce tradizionale natalizio, voglio riproporre un racconto già pubblicato su GiglioNews, ma valido in questa speciale occasione.

Un racconto gigliese

Era tornato dalla Grande Guerra con i piedi congelati.

Poco più che ventenne abituato a girare scalzo tra gli scogli e sui terreni che zappava a vigna, Giacomo, (questo il suo nome), che non era mai stato in continente, un giorno si trovò vestito da soldato, sbattuto nelle trincee delle montagne venete col fango ghiacciato che gli arrivava fin sopra i polpacci.

Lassù compì il suo dovere verso la Patria riportando a casa la pelle e una medaglia di bronzo, ma i piedi, pure induriti dai molti calli, non resistettero a quel clima infame.

Camminava con le ginocchia leggermente piegate verso l’esterno e i piedi piatti. Questo difetto gli portò il privilegio di avere due soprannomi: Giacomo di san Pietro ereditato dal padre e Giacomogiacomo, nuovo di zecca.

La figura esile, un po’ curva, mostrava un volto predisposto al buonumore ed occhi sorridenti di chi sapeva di averla scampata bella. Ormai anziano, spesso si sedeva con altri paesani sul murello fuori Porta che i gigliesi chiamano – Tribunale – propinando l’argomento preferito: la trincea e la fame che patì.

Non si sposò mai.

Viveva nella parte alta del Castello tenendo alle tradizioni del suo paese, e un natale, volle fare i panficati seguendo la ricetta ereditata a memoria dalla sua povera mamma.

Una sera, Giacomogiacomo, che aveva preparato nei graticci tutti gli ingredienti per fare il dolce, versò le dosi nella grande vasca di zinco, quella che usava per lavare le lenzuola; mise anche la pasta di pane, ma il composto appiccicoso si amalgamava a fatica con i fichisecchi ammollati nel vino ansonaco regalatogli dalla sua vicina Peppina la ricciola. Aggiunse altra farina, poi… la duplicò.

Soddisfatto coprì il tutto con un lenzuolo riposto nel baule che la mamma buonanima, con tutt’altre speranze per il figlio, gli aveva confezionato in un piccolo corredo matrimoniale.

Andò a dormire.

La mattina dopo Giacomo di Sampietro venne sotto il nostro baschetto chiamando dal fondo delle scale: “Caterina! oh Barroccia, vieni un po’ in casa mia a vede’ i panficati che ‘un ci capiscio più niente…”

Il vento freddo di dicembre seguiva le due figure che camminavano in salita per i vicoli; davanti, mia madre, giovane, il passo deciso e lo spirito di chi sa di andare a scoprire qualcosa combinata male.

La tinozza, poggiata sotto la finestra della cucina, mostrava un enorme composto marrone; mamma allungò una mano e…trovò una materia dura come il sasso:

il vecchio aveva usato il gesso bianco al posto della farina.

“I due sacchetti erino uguali” si giustificò perplesso Giacomo che non sapeva leggere. Il fatto, rimbalzando di uscio in uscio, entrò nelle case dei laboriosi castellani suscitando grande ilarità, ma anche molta tenerezza che si tramutò a Natale in tante piccole pagnotte… Auguri compa’ buon Natale… I paesani, usciti dalla messa, in un andirivieni, portarono a Giacomo di san Pietro quel dolce desiderato e legato alla storia della sua famiglia.

Il buon uomo se ne ritrovò così tanti nella madia da farli tornare buoni anche per Carnevale e Pasqua.

Da allora, sul murello fuori Porta, vero luogo di comunicazione sociale, Giacomo dagli occhi sorridenti aveva un nuovo argomento da propinare: “… Ma come feci a sbagliammi!!!…”

Correva l’anno 1952.

Palma Silvestri della Barroccia –
La foto dei panficati è di Maurizio Pini razza Tuttompezzo.

Milano 21 dic. 2017
Per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Panficato
Capisteo: termine toscano per indicare un utensile di legno dalla forma rettangolare come un vassoio dai bordi alti. Un capisteo, molto più lungo, si usava per liberare le olive dalle foglie.

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Un commento

  1. Gian Piero Calchetti

    Non conoscevo questo bel racconto di vita vera. Vera siccome atroce fu la guerra (anche un mio vecchio zio, Cavaliere di Vittorio Veneto ebbe i piedi congelati e li perdette), e come sulle storie ordinarie della vita, una volta, ci si intratteneva a “veglia” a raccontare. Un abbraccio e tanti, tanti Auguroni, “Silvestra”, sempre brava a ricordare le storie della tua Comunita, all’occorrenza sempre solidale.

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