Sibilot, chi mai si celerà sotto questo nome?

Chi c’è sotto il nome di Sibilot? Non certo un Pasquino di circostanza, ma, considerate talune curiose ricorrenze, certamente ben altro!

Sappiamo infatti da dove il fantomatico Sibilot ha potuto trovare l’ispirazione per il suo nome, per così dire d’arte, anche se tuttavia di arte vera e propria non si trattava ma, secondo un qualcuno, di una più squisita goliardia: Non è vero “signor Chi” ?

Un signore, quest’ultimo,  o una signora, dalle riflessioni su “contenuti pungenti e realistici”,  ripensate ad hoc, sembrerebbe, a proposito dell’ultima inquietante esternazione del signor Sibilot e da costui riferita generosamente ”brano” in una lettera, firmata appunto da un signor Chi, apparsa su Giglio News l’11 ottobre scorso.

“ho letto alcuni giorni fa sul vostro sito l'ultimo brano di Sibilot, che ho trovato molto inquietante. Inquietante non per la battuta goliardica finale ma per il suo contenuto pungente e realistico. Ho cercato una risposta all'intervento che fosse basata su argomenti validi e razionali e invece non ho più trovato il brano ed ho capito che è stato censurato. Penso che chi ritiene di poter intervenire su argomenti che riguardano tutti, in un sistema democratico, debba mettere nel conto anche la possibilità di essere oggetto di satira. La vicenda delle vignette su Maometto dovrebbe essere lontana migliaia di kilometri dalla nostra cultura. Capisco anche che firmare con uno pseudonimo possa essere antipatico, ma l'uso di pseudonimi può avere mille motivazioni. La censura invece non è ammissibile. Mai”.

Vero, o no,  che si parla, che Lei parla di goliardia, come anche di censura in un sistema democratico che addirittura consentirebbe un certo tipo, secondo Lei, di satira???

Una battuta goliardica, dunque. E noi La ringraziamo signor Chi per avercelo rammentato.

Lo sa, vero,  “signor Chi”, che se non ce lo avesse spiegato Lei l’avremmo presa invece di una goliardata satirica come un’offesa grave, un’offesa tanto rozza quanto oltraggiosa. Oppure, faccia Lei, come un insulto così greve e volgare da riuscirlo ad associare unicamente  ad  una  bravata  poco responsabile  e  senza  alcuna  creanza.
Di bassa lega, praticamente.

Siamo certi che quella goliardia di cui ci parlava, quindi, “signor Chi”,  non Le avrebbe fatto per nulla  piacere qualora fosse stata rivolta a Lei direttamente, ma neppure a qualsiasi altra persona a Lei vicina.

Un insulto, perciò, semplicemente un insulto ! E non soltanto nei confronti della persona  che è stata offesa, nei confronti della quale, pur cercando in  apparenza di non rivelarne il nome (n.d.s. Marina Aldi è la ”referente locale dei Verdi”), non se ne riducono i deprecabili effetti, ma, come abbiamo già avuto modo di affermare appena ieri, un’insolenza indegna di un qualsiasi dibattito civile, o di un qualsiasi contraddittorio politico, anche se, per la verità, molto poco divertente (n.d.s. contraddittorio politico: così lo si vorrebbe infatti far credere).

Un insulto, infine, che non ammette margini di compatibilità e/o di tolleranza, perché  rivolto dichiaratamente alla rappresentante di un’associazione politica ben distinta, la ”referente locale dei Verdi”, ledendo, con ciò, anche la dignità ed il giusto decoro di un intero partito da essa rappresentato: la Federazione Provinciale dei Verdi di Grosseto.

Il Suo prezioso intervento, tuttavia, “signor Chi”, pur mettendo inopinatamente in campo Maometto e la nostra kilometrica cultura (richiama infatti le ormai tristemente famosa “vicenda delle vignette su Maometto (che) dovrebbe essere lontana migliaia di kilometri dalla nostra cultura”), con il volerci riportare alla goliardia più ingenua, o quantomeno a quella che secondo Lei può, o potrebbe essere definita semplice satira, ovvero alla Commedia dell’Arte, ci dà il modo di toglierci un peso dalla testa, e chissà quale altro pensiero malizioso o quale considerazione sconcertante, in ragione del  quale non di insolenze si sarebbe mai trattato ma di pura e semplice COMMEDIA DELL’ARTE in chiave moderna !  

Quale più nobile e vivace argomento per scoprire chi veramente in Sibilot si potrebbe identificare ?

Ecco, infatti, di seguito, svelarsi il mistero:

“IL METODO COMPOSITIVO DELLA COMMEDIA DELL’ARTE”

Testo di Siro Ferrone (Professore ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze - Fondatore e Direttore dal 1994 della rivista «Drammaturgia»)  

“….. E tuttavia il personaggio di Arlecchino non nasce solo come risposta a questa domanda. Altre interpellazioni giungevano a lui dalla cronaca satirica quotidiana, dalle scaramucce polemiche che dividevano cattolici, ugonotti e leghisti. Due libretti del 1585, ristampati in Italia da Delia Gambelli nel suo bel volume “Arlecchino a Parigi” conservano la traccia della contaminazione politica del personaggio. Nella drammaturgia di Arlecchino le farciture della cronaca quotidiana e le improvvisazioni erano più gradite del corpo principale dello spettacolo, quasi sempre un pretesto destinato a essere sommerso dalle 'varianti in corso d'opera'. Come in un palcoscenico anticipatore del cabaret. Se l'oscenità e le diavolerie acrobatiche avevano suscitato scandalo e successo intorno agli italiani, le allusioni politiche ( n.d.s.:  accenni, riferimenti, citazioni, richiami, cenni, ammicchi,  indicazioni, tracce, motivi ), opportunamente criptate ma leggibili, funzionavano come un additivo pubblicitario ( n.d.s.:  persuasori, ispiratori, ammonitori occulti ). Gli attori, in quel prevalere della piazza, potevano fungere da testimonial involontari di manifesti e attacchi ideologici. Nel corso dello stesso 1585 era apparso un opuscolo in cui Arlecchino, il suo collega Agnan Sarat e i buffoni di Enrico III, Chicot e Sibilot, erano stati convocati a fare da controfigure satiriche ( n.d.s.: ironiche, sprezzanti, derisorie,canzonatorie, sarcastiche, pungenti ) a personaggi della politica contemporanea nel libretto apparso con il titolo ”Arrest prononcé en chausses rouges par maistre Harlequin, président en la cour matagonesque des archifols, sur le differend meu entre messieurs Chicot et Sibilot, et l'intervention de maistre Pierre du Faur L'Evesque”; gli ultimi due, in particolare, erano personaggi dietro ai quali si nascondevano, rispettivamente, il re di Navarra e il duca di Guisa, mentre Maistre Pierre Du Faur designava il nome fittizio del cardinale di Borbone . Qualche anno dopo il fenomeno diventerà ancora più diffuso. Nel 1592 un ligueur bretone paragonerà alcuni partigiani monarchici a pantalone, Zanni, Arlecchino, Orazio e Isabella; nel 1595 apparirà in francese e in inglese un curioso pamphlet intitolato ”Astrologie nouvelle re créative et plaisante su Seigneur Harlequin astrologue royal reformateur du siècle ligueur […]”; nel 1598 una canzone leghista attribuirà a Enrico IV la faccia di un barbuto Arlecchino….”

Spostando dunque il tutto dal Regno di Francia, del 1585, al Regno virtuale odierno  dell’Isola del Giglio, dovremmo dedurre che dietro Sibilot, uno dei buffoni di Enrico III, si potrebbe in realtà nascondere un RE o per lo meno un DUCA.

Chi sarà mai costui, allora: DUCA o RE? Una risposta è certa, stante la sua prestigiosa posizione potrebbe essere una personalità del Giglio, un personaggio della commedia dell’arte moderna applicato alla vita politica contemporanea!

Se così fosse, abbia il coraggio “Sibilot” di uscire allo scoperto, per onorare finalmente la  nostra cultura lontana e  la Sua pungente satira politica, mentre il  “signor Chi” da parte Sua,  prima di preoccuparsi tanto di elevare un greve linguaggio, benché usato da  “Sibilot”, ai trionfi della satira, si convinca di leggere più attentamente certi “brani”, in particolare quando Egli stesso riesce a trovarli particolarmente inquietanti. Chissà mai, un giorno,  o l’altro, potrebbe anche dare una mano ai Verdi a far mantenere nei corretti termini della politica e dell’educazione certe esternazioni.

Sandro Tassoni
Per la Federazione Provinciale dei Verdi