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“Punta Campese”: scanzonata poesia

Punta Campese

Non ha gran cipiglio
il faraglione del Giglio.
Sembra un fallo “barzotto”,
grinzoso e  stracotto
da millenni di sole
…… e di sale,
che dell’onda s’avvale
sol se questa l’assale.
Talvolta, però,
di turgore s’assoda
e  ritorna qual era alla “moda”,
ben saldo e ben dritto all’insù,
come al  bel tempo che fu,
se giunge dal largo alla proda,
di sera o di prima mattina,
improvvisa
una tromba marina,
ad offrirgli, fremente,
sotto un cielo furente,
l’insazia, roteante vagina.

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3 commenti

  1. Gian Piero Calchetti

    N E S U T O R S U P R A C R E P I D A M (Plinio il Vecchio)

    Che tragedia pensare che del “Secolo dei lumi”, non ostante siano passati centinaia d’anni, non se ne sia fatto niente.
    E’ proprio vero che la storia, invece d’essere “maestra di vita”, non insegna niente se, oggi come ieri (Mala tempora currunt!), anche nelle piccole cose, si va avanti con atti o misteri della fede, perché ognuno ha le sue icone da venerare e salvare.
    Guai, quindi, a chi non rispetta i riti e le regole, siccome, secondo Tito Livio, il “Vae victis” del Gallo Brenno!
    Non è un caso, infatti, che i due commenti a “Punta Campese”, mentre uno è icastico e compassionevole (quasi un “ma guarda che cosa mi tocca leggere”) e l’altro, invece, sostanzialmente intellettualistico, in quanto cita addirittura Orazio ed Einstein (magari, quanto al “Nil admirari” d’Orazio, sarebbe stato meglio attingere al “Nihil admirari” di Cicerone, sia perché usò per primo quest’espressione, sia perché la fattispecie contratta, come, tra gli altri, scrive il Calonghi, era poco usata anche tra i poeti), m’abbiano dato, di fatto dello scemo e dello screanzato, senza per altro entrare minimamente nel merito di quel che ho scritto.
    Ovvero, senza esprimere un giudizio estetico sul contenuto e sulla forma di quei pochi versi “scanzonati”, che, quale assiduo frequantatore del Giglio, mi sono permesso di scrivere, con spirito assolutamente sereno, immaginandomi una “congiunzione” surrealistica tra un farglione sostanzialmente diruto (che mi piacerebbe fosse più svettante e vigoroso) ed una delle tante trombe marine che, soprattutto durante la cattiva stagione (è un fenomeno atmosferico, come tutti sanno, che puntualmente si ripete anno dietro anno) imperversano nel mare dell’Isola.
    Che c’è di male? Ho forse compiuto un sacrilegio, io che credevo d’aver, invece, scritto una cosa allegra ed originale su cui riderci sopra?
    Comunque, non replicherò, come forse dovrei, al “Nil admirari” con il famoso verso di Dante “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
    Ho forse vilipeso San Mamiliano? La gente del Giglio? Il Papa od il Presidente della Repubblica?
    Ho compiuto peccato di blasfemia perché ho parlato di fallo e di vagina?.
    Ma non mi si faccia ridere, per favore!
    S’entri nel merito senza esprimere apodittici giudizi, quasi che scrivere surrelisticamente del faraglione del Giglio, sia peccato mortale.
    S’entri nel merito ed io farò tesoro di quanto in termini di stile, contenuti, e capacità inventive e descrittive mi verrà suggerito, senza mai dimenticarmi, però, le parole che Plinio il Vecchio mise in bocca al grande pittore Apelle al momento di rispondere ad un calzolaio che, privo di qualsivoglia “rudimento” di pittura, s’era messo a criticare un suo quadro.
    Ovvero: Ne sutor supra crepidam, che, in parole italiane semplici significa: Il calzolaio s’attenga alle sue competenze.

    Gian Piero Calchetti

    P. S. Perché non mi si accusi di presunzione e superbia, si sappia che, pur non condividendoli, avrei ben accettato giudizi quali: “Non mi è piaciuta”; “E’ scritta male”; “Eccede in immaginazione”; “Manca di ritmo”; “Doveva essere illustrata in maniera più delicata e gentile”; “L’argomento è scabroso e l’autore non riesce a prefigurare questa ipotesi immaginifica in modo meno brusco e diretto. Magari con espressioni meno brutali”; etc., etc, etc.

  2. Andrea Arienti

    Scriveva il sommo poeta Orazio, riferendosi alla mente umana: “Nil admirari”, cioè “Non stupirsi di cosa alcuna”
    (Orazio, Epistole, I, 6, 1), concetto espresso più fortemente dal grande fisico Albert Einstein: “Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima”.

  3. Giacomo Vitone

    Povero Faraglione!

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