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Poesia in ricordo di Orlando Goracci

Orlando Goracci, certamente ricordato dai Gigliesi più anziani, come pure dall’intero comprensorio dell’Argentario, di Orbetello, Capalbio, Manciano, Magliano, Montiano etc., come il più bravo “cavadenti” della bassa Maremma, è stato anche, senz’ombra di dubbio, uno dei pionieri nazionali in assoluto della pesca subacquea e della raccolta del corallo.

orlando goracci cavadenti isola del giglio giglionewsInfatti, alla stregua di quanto era bravo  a “sistemar” mascelle e gengive, ad incidere ascessi, ad estrarre canini, molari etc, irriducibili e fastidiosi, a fare otturazioni ed a “costruir” dentiere e “ponti” d’ogni sorta; bravo al punto che tutti, ma proprio tutti lo chiamavano Dottore nonostante fosse un semplice “meccanico-dentista”, affinatosi nell’arte paramedica, come una volta si chiamava quella professione, ed i veri Dentisti, del tutto “contra legem”, mandavano a lui i “casi” più difficili e rischiosi, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, cominciò a frequentare sistematicamente il mare dell’Argentario, del Giglio e di Giannutri (i fondali di  Montecristo li esplorò più tardi, ovvero quando poté disporre d’una vera barca, solida ed attrezzata per escursioni più vaste e complesse).

E questo, dopo essersi avvalso, in principio, d’una specie di rudimentale strumento a balestra,  lasciatogli da un prigioniero di guerra inglese, recluso al Campone, ove lui prestava, da civile, servizio sanitario.

Tutto il resto, ivi compresi mascherina, boccaglio, pinne ed una complessa attrezzatura a tenuta stagna, che gli permetteva di scattare fotografie dei fondali e della fauna marina, ebbe ad inventarselo ed a costruirselo di persona, avvalendosi soltanto dell’ausilio del meccanico di precisione Regina (Il nome non lo ricordo) di Orbetello, raffinatissimo maestro di fusione e di saldature, per quel che riguardò il contenitore dell’apparecchiatura fotografica.

Poi, consolidate le esperienze di pesca con escursioni via via più complesse ed avventurose, ai motivi di caccia e di esplorazione dei fondali aggiunse quelli relativi alla “cerca” ed alla raccolta del corallo. Ed anche in questo fu pioniere al punto che, avvalendosi del “cutter” del conte Luigi Raybaudi di Roma, grande collezionista di francobolli, allargò l’orizzonte delle sue esplorazioni, fino alla Sardegna ed alla Corsica, ove fu protagonista, assieme a Raybaudi, cui insegnava in “controcambio” le sue abilità predatorie, e ad altri accompagnatori, d’una memorabile “scazzottatura” con dei pescatori locali, dovuta all’invidia di questi ultimi per le prede catturate. Scazzottatura che gli guadagnò una nottata in “guardina”

Per dare, anche solo in un flash, il senso del rischio che, nel suo vagare per mare (sopra e sotto), doveva affrontare, basta dire che un giorno in cui (per fortuna) pescava tra il Giglio e l’Argentario, un suo allievo, che non aveva rispettato i tempi di decompressione nel corso d’una frettolosa risalita dovuta ad un malore (un’indigestione di pizza mangiata le sera prima), onde contenere i danni d’un’insorta embolia, dovette portarlo, in ambulanza, addirittura a La Spezia (unica località della costa Tirrenica del Centro-Nord, attrezzata di una Camera di Decompressione).

Orlando Goracci, chiamato, appunto per le sue abilità “Nandissimo” da Raybaudi, ebbe anche a scoprire, presso Giannutri il relitto, ancora ben conservato, d’una nave da trasporto romana, sostanzialmente integra d’un prezioso carico di anfore, piene del loro contenuto.

Ebbene, traendo spunto ed ispirazione da un “libriccino” commemorativo e rammemorativo delle sue “imprese”, dato alle stampe dal suo figlio minore Fabio, che è sposato ed abita a Porto Santo Stefano (il figlio maggiore Lamberto, Medico dentista e padre dell’ormai famosa, ancorché giovane, inviata di guerra della nostra televisione nazionale, Lucia Goracci, abita, invece, ad Orbetello); libriccino scherzosamente evocativo d’una delle più significative opere di Fellini, in quanto è intitolato “Mare Cord”, al posto di “Amarcord”, ho scritto i versi che seguono e che, in virtù del fatto che, non solo l’Ho conosciuto, ma sono anche letteralmente passato più volte per le sue mani, ho voluto titolare “Amarcord” (in Romagnolo: Mi ricordo).

“A M A R COR D”
D I  O R L A N D O   G O R A C C I

Prima di te,
non c’era nessuno, Orlando,
anzi, “Nandissimo”,
come ti chiamò Raybaudi
per le tue tante, splendide
e strepitose imprese,
sotto l’acqua.

Prima di te,
non c’era proprio nessuno
della gente comune
d’ogni giorno
(quella, per intenderci,
che per compiere un passo
ci pensa mille anni:
mille anni anche solo
per uscire dalla caverna
ed accendere un fuoco,
dopo aver visto
cadere fulmini infiniti).

Tu, invece,
sei stato, addirittura,
pioniere di te stesso,
perché hai tentato cose
impossibili a farsi
pei tuoi tempi
specie nella vastità
e nelle profondità
dei mari di Maremma,
di Corsica e Sardegna,
del Giglio, Giannutri
le Formiche e l’Argentario,
carpendone segreti
e incantamenti
di vortici e correnti,
di venti e di sirene,
siccome fece
l’ingannoso Ulisse
nel suo ritorno ad Itaca
e gli ammiragli
del grande mare Oceano.

Tu,
seguace di Colombo,
tu semplice cavadenti di Paese,
inappagato d’una vita
incapace d’affinare
ed esaltare i meriti
e le tante virtù,
che possedevi,
e che tenevi in petto,
prorompenti,
assieme al sacro
fuoco dell’avventura,
senza strumenti e mezzi
adatti  alla bisogna,
senza neppure l’ombra
d’una caravella,
armato solo della volontà
di provare, comunque, l’ignoto,
tentasti la tua sorte,
con quel che avevi in mano,
contando d’inventar
strada facendo.

A poco, a poco,
esplorasti così
il tuo continente;
un continente
che solo i palombari,
ingabbiati e serrati
in armature e celate
d’altri tempi,
avevano, talvolta,
intravisto e calpestato.

Tu, invece,
partendo, appunto, dal nulla,
forgiando, appunto, le tue armi,
strada facendo, pian piano,
lo esplorasti, lo avvincesti
e lo conquistassi in ogni anfratto,
in ogni antro o sabbiosa foresta
di gorgonie,
in ogni fenditura o recesso,
che nascondesse
mostri e serpenti primordiali,
avvinghiati a rubeschi
dossi di corallo.

Furono tuoi
i safàri più belli
lungo le vaste savane
del Tirreno,
tue le prede più imponenti,
ineguagliate e ambite
della Bassa Maremma.
Le tue “pescate”
non ebbero eguali,
né rivali,
nelle profondità
del mare nostrum,
denso, comunque, d’insidie,
almeno finché vivesti
e moristi appagato.

Ma oggi, ancora,
che non sei più tra noi
ad insegnarci,
e che il tuo corpo è stato
restituito alla terra,
la tua anima è presente
nei ricordi di tutti quelli,
figli, amici ed allievi,
che ti conobbero
od ebbero contezza
delle tue gesta tramandate,
prendendo, via via, coraggio
per la grande avventura
che t’avvinse e ti distinse.

A tutti questi, infatti,
mostrasti ed insegnasti,
senza egoismi o gelosie,
la tua “arte” ineguagliata,
solare e imperitura.

Un saluto,
Gian Piero Calchetti

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