Fondo comune di investimento

PER CAMBIARE LA SORTE DEL PAESE, SERVE UNO SPECIFICO “FONDO COMUNE D’INVESTIMENTO”

fondo comune investimento isola del giglio giglionewsPer anni, assieme all’amico Massimiliano Tosatti (in occasione della sua dipartita, “Giglio News” ha pubblicato versi significativi), che è stato, per decenni, il “Responsabile” operativo della speciale Sezione per il Credito alle Cooperazione della B.N.L.), ho studiato come si possa organizzare un intervento finanziario che metta mano, risolvendolo in “magna pars”, al problema dell’immenso Debito Pubblico che affligge l’Italia (oggi, circa 2.200 miliardi di Euro: ben più del P.I.L. d’un anno del Paese), quale vero ed esiziale discrimine per ogni ipotesi di rilancio della nostra economia e, quindi, del nostro sviluppo e dell’occupazione.

Intervento finanziario che, avendo come punto di leva, il patrimonio dello Stato nella sua più ampia accezione, ossia mobiliare ed immobiliare, consenta di rimettere in carreggiata la Nazione.

Pur dando merito all’ex Ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, d’aver anch’egli pensato a qualcosa di analogo per sanare questa gravissima “anomalia” che, anno dopo anno, ci dissangua per decine e decine di miliardi d’Euro d’interessi, sottraendoli, di fatto, agli investimenti, rivendico al sottoscritto ed a Tosatti  la primazialità dell’idea, che potrebbe essere finanziariamente vincente.

Ebbene, partendo dalla premessa che alienare parte del patrimonio dello Stato, costituito da qualsivoglia tipo di proprietà, non solo richiederebbe molto tempo, nonché particolari accortezze di vendita, per non “svendere”, arrischiando al contempo di trasferire in mani private (magari anche straniere) la maggioranza dei valori azionari e di realizzare, a consuntivo, risorse di fatto insufficienti al bisogno d’abbattere, in modo significativo, il Debito; premesso anche che, senza correre il rischio di reazioni di tipo vandeano da parte dei possessori di grandi capitali, che pure ci sono, siccome sempre sono stati saldamente salvaguardati rispetto alle magre risorse della gente comune, non c’è alcuna possibilità di reperire “incoattivamente” i mezzi necessari a fronteggiare la deriva del debito in modo sostanziale, non esiste altra via da percorrere che quella che, di seguito, cercherò d’illustrare.

L’unica via, a mio parere, è quella di “costituire” un Fondo Comune, “chiuso e misto”, ovvero mobiliare ed immobiliare, costituito dall’intero o dalla maggiore e migliore parte del patrimonio nazionale.

Fondo, da gestire e valorizzare affidandone la “cura” ad uno dei maggiori econimisti del Paese, quale, ad esempio, potrebbe essere il professore fiorentino Lorenzo Bini-Smaghi, già membro del Comitato Esecutivo della Banca Centrale Europea.

Fondo le cui quote, suscettibili per altro (sempreché sia gestito come si deve) di rivalutazioni, siano imposte e vendute ai grandi possessori di capitali  in proporzione all’entità dei loro “averi”, accertati.

Obbligandoli di fatto ad investire, salvo, di converso, tutelare le loro partecipazioni, non solo attraverso gli strumenti di vigilanza già in essere per tutte le società quotate in borsa ed in specie per quelle quotate alla Borsa di New York, ma anche con adeguate e significative presenze nel Consiglio d’Amministrazione e nell’Esecutivo del Fondo.

Contestualmente, così come, attraverso specifiche norme, dovrebbe essere tassativamente impedito, almeno nel breve-medio periodo, allo Stato ogni e qualsivoglia riacquisto delle partecipazioni, dovrebbe rimanere impregiudicato il diritto di trasferimento a terzi, nonché quello di darle in garanzia od in pegno, ovvero di farle valere ai fini della redazione dei bilanci patrimoniali delle società di cui siano titolari.

Con gli introiti derivanti da questo trasferimento dei beni di proprietà dello Stato in capo al Fondo Comune, non solo il Tesoro potrebbe azzerare, in tutto od in gran parte, il debito pubblico, ma in corrispondenza, potrebbe liberare, anno dietro anno, le decine e decine di miliardi d’interessi che, sul debito, l’Italia paga agli acquirenti dei suoi titoli, sia nazionali che stranieri.

Se, poi, com’è certamente auspicabile attendersi, una volta rimossi i lacci ed i lacciuoli che lo imbrigliano e lo frenano, il ciclo economico ricomincerà a marciare come si deve, ovvero ai ritmi delle migliori economie mondiali, mentre, da una parte, ai titolari delle suddette partecipazioni, il Fondo sarà ben in grado di “corrispondere” congrui interessi, dall’altra, il Tesoro, a sua volta, liberato, in tutto od in gran parte, dell’àndicap costituito dall’onere del Debito, con il surplus di disponibilità finanziarie che specularmente gli deriveranno, in termini di minori interessi da pagare, non solo nel lungo periodo potrà riacquistare, se necessario e conveniente, le quote del Fondo Comune, ridiventando, di fatto, proprietario dell’intero patrimonio conferito, ma potrà tangibilmente, sistematicamente e virtuosamente, immettere, anno dietro anno, nell’asfittica economia del Paese, le decine e decine di miliardi di Euro che servono a rilanciarla.

Con ciò determinando la ripresa dei consumi e l’abbattimento della disoccupazione, che oggi affligge mortalmente il Paese, entro soglie fisiologiche e sopportabili.

Per far questo, però, non servono né chiacchiere, né annunci di propositi falsamente “salvifici”, bensì, senza perdere tempo, volontà d’agire e decisioni rapide da prendere, inducendo chi ha e può dare ad investire, senza correre il rischio d’essere espropriati o spossessati dei loro patrimoni.

Tutto il resto, ancorchè denoti, da parte di chi ci governa, buone intenzioni, è solo fuffa e minutaglia.

Senza l’ipotesi del Fondo Comune d’Investimento, al cospetto di 2.200 miliardi di Euro di Debito Pubblico, da “foraggiare” sistematicamente con un “esborso” annuale d’interessi, che puntualmente drena la nostra economia di non meno di 50 miliardi di Euro all’anno (qualcuno, arriva ad asserire che, negli ultimi anni, gli interessi medi pagati abbiano addirittura superato i   70 miliardi), sic rebus stantibus (leggasi sostanziale e progressiva riduzione delle entrate), ogni e qualsivoglia manovra sul fronte della riduzione delle spese o sul quello del recupero dell’evasione (pure encomiabili e necessarie), che non arrivino ad almeno un surplus di risorse di 100 miliardi di Euro all’anno, di fatto significa aumentare via via il debito fino alla soglia d’un default inevitabile

E se anche ci riuscissimo e realizzassimo economie sull’”interesse” del debito tra i 30 ed i 50 miliardi di Euro all’anno (traguardo, al momento, del tutto irrealistico), per anche solo dimezzare il debito, pari, appunto, a 2200 miliardi di Euro, con un’economia che stenta a crescere dell’1% all’anno, ci metteremmo tra i 25 ed i 30 anni.

A quando, quindi, il lavoro per i nostri figli?

Non è un caso, infatti, che l’autorevole società americana di rating, “FITCH”, dopo aver cangiato da tripla A a tripla B l’affidabilità economica dell’Italia, con tendenza in negativo, tale e quale l’ha lasciata, alla faccia dei tanto strombazzati provvedimenti di rilancio e giustizia economico-sociale presi dal Governo.

Se non si attuano, con la massima sollecitudine, provvedimenti straordinari ed altamente innovativi, quali il Fondo Comune d’Investimento “preconizzato”, a meno che non si voglia arrivare a veri e propri conflitti sociali dalla connotazione incerta e, quindi, tutta da scoprire, per la maggior parte degli Italiani c’è solo da attendersi un fututo sostanzialmente fatto di miseria, d’inedia e di mancanza di lavoro.

Gian Piero Calchetti

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