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Bruno Begnotti presenta “Giorgio del Giglio”

GIORGIO DEL GIGLIO

Con questa breve nota voglio presentarvi un interessante personaggio, fin qui poco noto ma che, credo, dovrebbe trovare posto fra i gigliesi benemeriti. Si chiama, o meglio si chiamava, Giorgio del Giglio: questa è la firma di molte sue lettere, e così è generalmente citato da chi ne ha scritto, tanto in passato che nel presente. Chi ha scritto di Giorgio del Giglio? E’ citato più volte, anche se non sempre a proposito, nei rapporti di esploratori e cartografi otto-novecenteschi. Di lui parla, in un documento dell’Archivio di Stato di Firenze, un Anonimo ricercatore che si definisce “semplice copista”. In tempi recenti Giacomo E. Carretto e Luigi De Pascalis ne trattano lungamente nel Bollettino 2000 della Società Tarquiniense di Arte e Storia. Ci sono gli studi – convegni e pubblicazioni – di Florence Buttay, della prestigiosa università Paris-Sorbonne, nei quali Giorgio del Giglio è protagonista assoluto. Giorgio del Giglio compare poi nel rapporto sugli scavi di Gortyna (Creta), dell’archeologa Elisabetta Giorgi dell’università di Siena. Per finire, eccolo anche nel recente libro sulla battaglia di Lepanto, dello storico Stefan Hanss, dell’università di Berlino.

Tanta attenzione per il nostro personaggio è dovuta al desiderio degli studiosi, di decifrare a fondo, per valutarne soprattutto la attendibilità storica, il lungo, corposo manoscritto che egli ha lasciato, in cui sono descritte le vicende della sua doppia vita avventurosa e tribolata, di cristiano e di turco, e i suoi viaggi in terre lontane, fra stranezze e fenomeni di ogni genere, pericoli, ostacoli, insidie, misteri e meraviglie.

Giorgio, nato nel 1507, risiede al Giglio con la famiglia – padre, madre, due sorelle e un fratello – dove il padre si trova, probabilmente, per incarico della Repubblica di Siena. Avviato alla vita di mare, è fatto schiavo (più volte) dai corsari turchi, come capita anche al resto della famiglia, nella razzia del Barbarossa sull’isola, nel 1544. Portato a Costantinopoli, ritrova le sorelle nel Serraglio (una ha avuto un figlio dal Sultano?); si fa turco, entra a servizio di Solimano il Magnifico, per il quale compie delicate missioni. Viaggia avventurosamente in Africa ed in Asia, poi rientra una prima volta in Italia, dove si riconcilia con la Chiesa, e vive lavorando in vari luoghi e sotto diversi padroni. Non gli mancano momenti di grande pena, come la morte della terza moglie, il carcere, la malattia miracolosamente sanata. Poi passa al servizio di don Giovanni d’Austria e partecipa alla battaglia di Lepanto, 1571, e alla presa di Tunisi del 1573. Nel 1580 è a Roma, vivendo la vecchiaia con una modesta pensione che gli assicura papa Gregorio XIII, per essere stato, sempre e comunque, buon cristiano.

In tanto tumultuosa esistenza Giorgio non perde però mai di vista il Giglio. Quando Cosimo I compra l’isola, Giorgio gliene descrive bellezze, ricchezze e virtù; ne fa addirittura il disegno, purtroppo introvabile. Quando è al servizio di Solimano si dà da fare per ottenere un salvacondotto che eviti al Giglio le continue molestie dei corsari turchi. Al duca Cosimo, padrone dell’isola, si offre come informatore sui movimenti delle navi turche nel mare Toscano, e di ciò il duca gli si mostra grato. Il Giglio è anche, forse, il luogo dove avrebbe voluto tornare a vivere; lo suggerisce il fatto che, quando fu preso dai turchi e portato a Costantinopoli, stava appunto andando al Giglio per rivendicare le proprietà paterne sull’isola.

Concludo tornando al mio auspicio iniziale: che Giorgio possa finalmente tornare nel “suo” Giglio bene accolto, come si dovrebbe, dai suoi attuali concittadini.

Bruno Begnotti

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