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“Ho scalato l’Everest… al Giglio!”: l’impresa di Maximilian

“Ho scalato l’Everest… al Giglio!”

Ripetere in bicicletta la stessa salita un numero di volte sufficiente per arrivare a 8848 metri, l’altezza dell’Everest, la montagna più grande del mondo. Lo chiamano appunto Everesting, l’ultima “moda” dei ciclisti matti in grado di affrontare le salite. A me, sinceramente, una sfida del genere è sempre sembrata una scemenza, a meno che… non si potesse affrontarla al Giglio, dove è nata la mia mamma (Uliana di Dante del Re), dove vivono ancora zii e zie e almeno una mezza dozzina di cugini e cuginetti e dove, soprattutto, ogni volta che riesco torno (e pedalo) più che volentieri.

In fondo si tratta di fare soltanto 26 volte su e giù dal Porto al Castello nell’arco di una giornata. Ci si può fermare a mangiare, bere e riposare ovviamente, ma non a dormire… che ci vuole?

Così, mi sono armato di pazienza e alle 3 di notte di venerdì 11 settembre sono partito per il mio viaggio. Le giornate sono infatti ormai accorciate, non c’è luce a sufficienza e per completare l’intero percorso, almeno con il mio passo, bisogna anche pedalare al buio. Vinta la paura (e il sonno) la notte dà sempre sensazioni uniche a chi va in bici. Puoi aver fatto dal Porto a Castello centinaia, forse migliaia di volte, ma finisci per scoprire sempre qualcosa di nuovo. Non ci sono molti animali a quell’ora, soltanto un paio di conigli sorpresi dalla luce del mio faretto e non si incontrano esseri umani né macchine, ma tanti odori che ti assalgono all’improvviso: quello dell’uva, che qualcuno sta già vendemmiando sulle vigne lungo la strada, quello di muffa che precede forse lo spuntare di qualche funghetto accanto alle sughere. E c’è soprattutto il profumo del pane che stanno sfornando e che si distingue chiaramente salendo su da Santa Croce, non ricordavo lo facessero lì!

Le prime persone che trovo sulla strada sono vestite di arancione e scendono verso il porto. Penso che siano della protezione civile e invece sono i marinai della Toremar, pronti a prendere servizio. E infatti poco dopo sento i motori della Giuseppe Rum rombare, per ora soltanto imbarcazioni.

L’alba è uno spettacolo unico di colori per chi ci arriva dalla notte, ma a me preannuncia una giornata ancora lunga e faticosa. Con lo spuntar della luce si sveglia piano piano tutta l’Isola: prima chi lavora, poi chi porta a spasso i cani, poi chi apre i bar e via via tutti, turisti compresi.

Qualcuno forse inizierà a chiedersi chi sia mai quel tizio vestito di bianco, rosso e nero che continua a fare su e giù in bici.

Io inizio con i primi rifornimenti: ho scelto come “box” il bar Il Portico su in Piazza al Castello, dove Emanuele, ciclista appassionato anche più di me, mi assiste e conforta a ogni sosta insieme a Stefania. Ogni due o tre ore una sosta per fare il pieno di barrette, gel, ma anche panini e pasta, perché per una sfida come questa servirebbero energie infinite.

Il tempo (e i chilometri) intanto passano, in Piazza al Castello si fanno vedere anche la mamma e il babbo, che forse iniziano a capire adesso cosa stia davvero cercando di fare.

Attorno a me tutto il Giglio si anima, c’è chi prova ad andare al mare, chi scende dal traghetto. C’è la Sigaretta che arriva a vendere il suo pesce al Castello annunciando già un chilometro prima della piazza i “totani, acciughe e palamite fresche” dal megafono che ha sul furgoncino.

A metà giornata inizia pure a fare caldo, nonostante le previsioni, e non è una buona notizia, ma poi si rannuvola e scende anche qualche goccia di pioggia. Non troppa però, il tempo forse mi vuole bene oggi. Procedo a una velocità di crociera, impiego poco più di 26 minuti per ogni salita: lontano dai tempi migliori, ma oggi bisogna durare, non correre. La voce intanto si è iniziata forse a spargere: Sandro Brizzi (o forse meglio Sandro di Bianca) mi chiede a che punto sono, mentre cura con il solito amore la “sua” via Provinciale; poco sopra il Verdello incrocio due signori su bici elettriche mai visti prima che mi fanno: “Sei alla ventunesima? Coraggio!”.

Tutto serve, anche perché la crisi è arrivata puntuale tra la18esima e la 20esima salita, quando i metri di dislivello superano ormai i 6mila, ma ne mancano ancora parecchi al traguardo. È il momento in cui le riserve scarseggiano, le pause da Emanuele (che per “colpa” mia perderà anche la tappa del Tour de France in tv) si moltiplicano, ma c’è poco da fare perché bisogna scavare a fondo per trovare le ultime energie. Ed è proprio lì che le forze ti arrivano da dove non ti aspetteresti, da quel granito che ti circonda, che poi è il motivo che forse mi ha spinto davvero a questa pazzia: è il nostro “scoglio” che ti sostiene e viene al tempo stesso ricambiato, perché in fondo il tuo è un atto d’amore verso il Giglio.

Le ultime salite sono sempre più impegnative e i tempi si dilatano. Il Campese e Montecristo regalano uno spettacolo inaspettato prima del tramonto e fanno riguadagnare forza per le ultimissime pedalate, mentre da Emanuele si stanno intanto radunando parenti, amici e (forse) qualche fan ad attendere l’epilogo.

Arrivo dopo 284 chilometri, oltre 9mila metri di dislivello e 17 ore, giusto in tempo… per l’aperitivo. Il brindisi non può che essere festoso e lava via ogni goccia di stanchezza. Non ho vinto niente, ma il mio nome, e soprattutto il Giglio, è stato inserito in una Hall of Fame mondiale. Avanti il prossimo! Dal Campese, stavolta…

https://everesting.cc/hall-of-fame/#/hill/4045720861

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2 commenti

  1. Non sapevo di questa cosa qui, ma da ciclista indigeno, non posso far altro che complimentarmi con te per l’impresa che hai compiuto. Se penso che quando io arrivo al Castello in piazza sono felice perchè mi aspetta quasi sempre la discesa per il Capel Rosso, mi chiedo come hai fatto a fare per 26 volte Porto – Castello….davvero BRAVO meriti un applauso fatto col cuore.

  2. Bravo Max, non ero presente fisicamente al brindisi di chiusura di questa bell’avventura e ti faccio i complimenti così.
    Gina di Meri

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