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Su San Mamiliano dei turchi

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Su San Mamiliano dei turchi

18 Novembre. In tale data, una volta era festa grande al Giglio: San mamiliano dei turchi; festa della vittoria dell’ultimo assalto tunisino, vittoria ottenuta anche con l’aiuto del Santo patrono Mamiliano.

Un santo inserito nelle proprie storie dai gigliesi quasi come un fratello, un amico. Non vi è libro pubblicato che parla del Giglio, che non abbia una pagina dedicata a Mamiliano patrono. Basta andare nelle edicole dell’isola o meglio ancora alla Pro Loco e sfogliare le decine di libri esposti per scoprire verità e leggende.

Anche le panchine di granito di piazza Gloriosa diventano preziose fonti di informazioni. Le giornate di sole attirano i paesani sulle panchine come api sul fiore; paesani che raccontano volentieri e con molta fantasia, del Santo e del suo braccio che come un’ala ci protegge dai mali del mondo; come quella volta, nel ’44 ci protesse dai bombardamenti: “Facendo cadere le bombe di qua e di là dal Paese, il Castello e nemmeno una dentro le mura!” (cifr.Pietro Brothel di Sandrinello).

Quante volte ho partecipato per telefono alla processione del 18 novembre perché il lavoro mi teneva di là dal mare!
La voce di mia madre raccontava con parole semplici se faceva freddo o avesse piovuto.
Alla mia domanda: “Chi c’era alla processione?” Rispondeva: “I soliti; noi gigliesi”. Una risposta più ovvia non poteva darmela perché quella festa, vissuta nel suo significato più semplice e puro apparteneva al mondo e alla storia della vita isolana, quindi era soltanto per loro.

“Le pie donne. Avanti.” La voce possente del compianto don Andrea Rum, (perché fu lui a ripristinare il diciotto novembre dopo anni di dimenticanza), le incitava a formare la fila e mi sembrava di vederle le care paesane avvolte nelle loro giacche colorate, camminare un po’ affaticate lungo l ‘esterno delle Mura sino a vedere il Campese, luogo di sicura sconfitta per i saraceni, insieme alle Portolane e alle Campesaie.
Dopo rientravano a casa, al calore della propria abitazione, alla cena e all’attesa di un programma televisivo.

La festa era tutta lì, in quel ritrovarsi con l’evento storico radicato nel lontano passato e nella propria identità… e chissà, forse, tendendo l’orecchio alle Mura avrebbero potuto sentire, tra le fessure aperte dal vento, le voci concitate ma esultanti che arrivavano dagli spalti: le voci dei nostri antichi che, come ricorda la lapide affissa al muro del Municipio, “…Pochi di numero e quasi inermi, sconfissero, fugandoli 2000 tunisini…”

Palma Silvestri 18 novembre 2009

Oggi, 2020, altre paure, altri timori molto seri incombono sulla nostra salute; sull’umanità e tutto si ferma. La distanza, l’isolamento da individuo a individuo, tanto sofferti per noi  isolani così solari e aperti alla comunicazione, sono le medicine adatte per vincere e continuare  un giorno, nella quotidianità della vita, le nostre care e famigliari tradizioni: quelle del cuore.

Palma Silvestri

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