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Scene da un matrimonio gigliese

Aneddoto degli anni ’60 con caduta obbligata nel lessico nostrano.

Giglio Castello 1962; scene da un matrimonio.

In quel tempo, una coppia che si sposava, oltre agli amici personali, doveva invita’ pe’ volontà delle madri, tutti i parenti sino alla 3a generazione pena il saluto o i muti occhi che ‘un ti guardavino più ’n del muso.

I promessi sposi prima di cena iniziavano il giro degli inviti; un interminabile su e giù pe’ vicoli e scalinate, avvolti nell’accurata eleganza dell’occasione e soddisfatti, uscivano dalle case dicendo: Grazie sa’ … allora v’ aspettamo.
Il corredo della sposa prevedeva 3 abiti: quello per l’invito; quello bianco simbolo della purezza e quello per il viaggio di nozze.
Nell’isola vi erano sarte eccellenti e raramente gli abiti venivano acquistati in continente. (Una sarta di nome Rosa, per problema di nascita, di mano ne aveva una … ma d’oro).

Così, avveniva che all’evento partecipavano anche cento invitati e sul monte della chiesa, i vestiti delle donne dovevano stringersi alle mutate degli uomini corpo a corpo se volevano entra’ nel mirino del fotografo.
La cerimonia rappresentava un evento e ovunque si svolgesse, ai Lombi, nel salone di un albergo, abbondavano le portate di ogni tipo: dall’aperitivo, al taglio della torta.
Durante il convivio le bevute si alternavano alle danze, ché, ballerini nati, i castellani il ritmo ce l’avevano nel sangue; come del resto, il canto.
Isolani, bravi vignaioli ma anche bevitori accaniti che s’imbriacavano in ogni occasione … come disse una volta la buon’anima Delia d’Amato:
“…e sai com’è oh te: andommo al linfresco, c’èrino i liquori, e… bebe, bebe bebe…alla fine c’imbriacommo.”

Il vino era l’ansonico, quello bono che i gigliesi oltre a vendere, tenevino dapparte pe’ figlioli – in questo aneddoto, il vino arrivò dalla cantina di Salvatore detto Panzallegra, perché il su’ figliolo Peppe si sposava con Tina di Carlottona.

Coi bicchieri sempre colmi fiorivano possenti i brindisi in rima alternata: ingenui capolavori poetici, dove il mare, il fiore, la capra, l’asino, ispiravano le rime più applaudite.

Soltanto il dolce veniva servito con lo spumante che ‘un’era mai bono come ‘l vino, e se al banchetto arrivava la fisarmonica di Curiale o un clarinetto, tra una portata e l’altra, i valzer, le mazurche ‘un finivino più, aggiungendo festa alla festa condita da canti corali presi dalla tradizione maremmana.

Il primo ballo lo apriva la sposa con il padre; se questo mancava, come nel caso di Tina, che il suo (giovane e bello) lo perse all’età di tre anni nelle gallerie della miniera, c’era lo zio dall’occhi lucidi date le tre circostanze: la perdita del fratello; l’emozione del momento e … il vinello, che più andava giù, più inteneriva il cuore.

“Mamma Carlotta, donna alta e robusta, una volta rimasta vedova, si rimboccò letteralmente le maniche divenendo lavandaia in un paese di pochi benestanti, riuscendo a dare all’unica figlia, Costantina detta Tina, il meglio che la realtà isolana di allora potesse offrire”.

Il banchetto di nozze di Tina e Peppe, si svolse al Campese nell’abbergo de la Rossi e noi invitati, portati giù con la Rama che ci scaricò davanti al Tukul, raggiungemmo il salone della festa passando sulla rena in punta di piedi pe’ ‘un rovina’ la pelle delle scarpe. Dall’interno arrivavano le note di Rabagliati, che da un giradischi cantava: “…Sposi… oggi s’avvera il sogno e siamo sposi…”

Che fermento quella mattina! Lo scampanio festoso annunciava la messa entrando nella nostra casa animata da una mamma e tre sorelle che si stavano vestendo pe’ partecipa’ alla cerimonia; scarpe nuove con cerotto incorporato onde evitare la probabile busciga dietro al calcagno; calze, vestiti a giacca sul letto, pettini e velette da mettere sul capo una volta in chiesa. Io, la più giovane delle sbi gugine di Peppe, me la prendevo comoda, tanto il campanone aveva suonato soltanto due volte … e poi ero quasi pronta. Mi ci voleva poco.

La mi’ mamma, tra l’infilare una calza di nylon e l’altra mi spronava:

Ma ti voi move patullona, che tra un po’ passa ‘l corteo!

Ero bella truccata e pettinata, dovevo solo mettermi il vestito a giacca blu taglio Chanel confezionato da Rosa la sartina dall’unica mano; anche i guanti, la borsetta, erano là.
Aspettavo che si asciugasse lo smalto alle unghie. Tutto sott’occhio.

Ma sottocchio ‘unn’era la sveglia che sul caminetto aumentava il tempo al mio patullamento.
Il resto della famiglia uscì; mancava babbo, purtroppo assente dall’isola per malattia.
Lo smalto non si asciugava; aspettai ancora intanto che seguivo le lancette sempre più vicine al mezzogiorno.
Smalto asciutto: mi vesto, prendo gli accessori elencati e come un fulmine scendo le scale; accorcio passando dalla Cisterna per salire poi di lato le scale della chiesa.
Il portone è sbalancato; sento le voci da soprano delle pie donne accompagnate all’organo dal Collocatore.
Ho fatto ‘n tempo!

La chiesa è gremita, don Albano ha appena terminato di dare l’ostia consacrata ai fedeli; gli sposi sono inginocchiati davanti l’altare, li vedo di schiena, ma capisco l’eleganza di Peppe dal taglio della giacca e di Tina, splendida con la testa adorna da un diadema, avvolta nel candore del lungo velo.

Soddisfatta mi faccio strada versa la pregiata acquasantiera in marmo; una paesana di nome Teresina, mi guarda … beh, stavo bene, “un’elegante figurina” qualcuno mi definì in seguito.
Teresina però non guardava la mi’ eleganza, né tantomeno stava apprezzando la figurina che ero.
Guardava i miei piedi … li guardai pure io … e … ti vedo du’ orribili sciabatte al posto dei tacchi a spillo! Che figura io canaccio.
Via di corsa a torna’ ’n casa.
Ma la festa continuò nel migliore dei modi; il corteo tra baci, abbracci e fotografie sul monte della chiesa, raggiunse la Porta sotto una buscata di confetti che volavano come chicchi di grandine.
Nella notte, come è nella più bella della tradizioni gigliesi, agli sposi fu cantata la serenata di buon auspicio sotto le finestre del loro nido d’amore.

Evviva, evviva gli sposi Tina e Peppe.

Dedicato a Katiuscia e Vittorio miei tris-gugini

Palma.
Foto famiglia Danei

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