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La Settimana Santa degli anni ’50

LA SETTIMANA SANTA DEGLI ANNI ’50
Il ricordo di un giovedì santo

Tutto iniziava con le grandi pulizie pasquali.
In onore della benedizione pasquale nelle case, i pizzi più belli adornavano mobili con centrini ricamati a mano e inamidati per l’occasione. Le brocche per l’acqua, di rame, venivano lucidate col sidol; i tavolini, portati fuori nel vicolo, trusciati con spazzola e varechina, poi lasciati asciugare al sole.
Le pareti annerite dal fumo dei caminetti divenivano candide; si spostavano canterani per togliere ogni tipo di polvere, poi gli si dava il coppale.
Le vetrine, arredate col servizio più prezioso dei piatti e dei cristalli (usati raramente per non rovinarli), venivano spolverate con cautela solo dalle mani più esperte e attente.
Quelle pulizie lasciavano odore di fresco per settimane; io che ho conosciuto quel profumo, non l’ho mai più ritrovato in nessun luogo.
Quando finalmente, in casa entrava il prete con i chierichetti, tutto era perfetto, perfino le uova adagiate nei due panierini di salcio accanto al vaso pieno di fiorgialli.

Il giovedì la chiesa si spogliava dei paramenti sacri per innalzare il Sepolcro con la statua del Cristo morto e la Madonna vestita a lutto, ma prima, uomini vestiti da apostoli partecipavano alla cerimonia del lavaggio dei piedi e della consegna del pane. Questi uomini si chiamavano: Abà; Bufoletto; Tognara; Brecchilli; Natalone; Ciocco; Mansueto; Cecchino; Collocatore; … e decine di altri, che per fare ciò, anticipavano il rientro dalle faccende di campagna … Persone che facevano anche il giro, casa per casa con il – bussolo – per chiedere la questua.

Quel giovedì dei primi anni ‘50 il mio babbo, seguendo la cerimonia antichissima della parrocchia e in gran segreto, prese la chiave del Tabernacolo rimasto vuoto e la portò a casa sistemandola sul comodino di camera; ricordo ancora il via vai dei paesani che entravano per venerare la chiave: si fermavano per una preghiera, una supplica segreta, poi, passando dalla cucina, trovavano il rinfresco.
A qualsiasi ora non si poteva rifiutare: prima si venera la chiave, poi bevande alcoliche e biscotti all’anice … alla salute.
Una donna, detta – la Pisana – amica di famiglia, salì dal Porto e si pose in ginocchio davanti alla chiave pregando sommessamente, ci restò così tanto che qualcuno volle aiutarla a rialzarsi, ma lei … niente, restò a lungo in quella posizione.
Poi si fermò a dormire da noi.

Il sepolcro nei tre giorni di lutto non restava mai solo, quattro apostoli stavano a guardia seguendo un turno come anche per le pie donne, che dotate dell’ora di guardia, dovevano andare anche di notte, mentre le ragazze, i giovani, avevano l’incarico di coprire le ore diurne organizzate da suora Stefanina…
Nell’ora di guardia notturna di mia madre, io che, “c’avevo gusto” a vivere quelle avventure, mi alzavo con lei nel cuore della notte partecipando al vociare chiassoso di chi incontravamo lungo il percorso … ché noi gigliesi non scherziamo in quanto a voce alta …
Però, una volta in chiesa, piombavamo in un silenzio arcano davanti alle due statue illuminate dai ceri votivi. Solo il bisbiglio delle litanie. Delle preghiere.
Anche il campanile restava muto e don Albano per avvertire degli orari delle funzioni, mandava in giro i chierici armati di regolo, e sportello.
Essi giravano i vicoli cantilenando a squarcia gola … Suona-na vol-ta-nchiè-saaaaa! ripetuto più volte sbattendo i due arnesi con energia e fracasso.

Il mio babbo partecipò alla processione notturna del Venerdì Santo accanto al parroco, privilegio dato dalla preziosa chiave che portava al collo.
Quando passa la Processione ogni lumicino possibile si accende. Si accende pure la luna.
Tutto il Paese lasciava una candela alla finestra; lungo le scale.
“Quia transit dolor” cantavano le pie Donne in latino al suono della banda Enea Brizzi; ed è vero: il passaggio delle due statue dolorose apriva al ricordo.
A chi non più tra noi ha lasciato la propria storia; ricchezza di riflessione e di crescita morale.
Ultimamente la nostra isola ha dato un contributo altissimo all’ultimo addio con il distacco di personaggi – storici – e ancor più per due giovani donne con tanta vita ancora davanti ai loro orizzonti.

Quest’anno, soltanto col pensiero e con il cuore transiteremo per via, ma la Settimana Santa termina con la processione di Pasqua, speranza che si veste di bianco e celeste, come le statue del Resurrexit e della Madonna gioiosa.
Voglio paragonare le angosce di questo periodo malato per tutto il mondo, al venerdì doloroso, preludio alla resurrezione della vita che – nella Pasqua che vedremo – soltanto la gioia di incontrarci accompagnerà il nostro “transitare per via”.
Il sole ci accoglierà come sempre nel suo tiepido abbraccio e noi ci faremo scaldare continuando a guardare il mare, come sempre è stato.
Buona Pasqua a tutti voi.

Palma Silvestri

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Foto Brandaglia1 Aprile 1956
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