“Un bicchiere d’amore” nella Cantina della Chiesa

“Un bicchiere d’amore” nella Cantina della Chiesa

C’è una cantina in più da visitare all’interno del percorso organizzato per la Festa dell’Uva e delle Cantine aperteE’ la Cantina della Chiesa in cui sarà possibile prendere parte all’iniziativa “Un bicchiere d’amore” pensata da don Lido e dal Gruppo Missionario “Padre Luciano Baffigi” per il sostentamento di due Centri Nutrizionali del Burkina Faso.

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2 commenti

  1. Gian Piero Calchetti

    ECCO, LA VEDO DALL’ALTO

    Ecco, d’un tratto,
    quasi un sogno,
    in pieno sole
    e con il mare azzurro
    che la contorna
    tra scogliere
    di grigio-smeraldo,
    vedo battere
    il cuore grande
    di questa piccola
    isola incantata,
    ch’è un gioiello,
    di bellezza e d’amore.

    Sono questi i giorni
    della raccolta
    dei fondi,
    per la gente
    dell’Africa nera,
    nelle chiese,
    con il bicchiere
    in mano
    e l’animo commosso.

    Non ostante
    non sguazzi
    nel superfluo,
    è gente generosa
    quella del Giglio,
    in apparenza,
    egoista,
    ma, in fondo,
    assai solidale
    e pronta al sacrificio,
    come, subitaneamente,
    ha dimostrato la notte
    della Concordia
    e gli anni a venire.

    Non a caso,
    le è stata conferita
    una medaglia d’oro,
    come d’oro puro
    sono i grappoli
    delle sue vigne sparse,
    che trasudano dolcezza
    già prima
    d’essere colte.

    La vedo, quindi,
    o quantomeno
    la immagino, in fila,
    uno dietro l’altro,
    famiglia per famiglia,
    ancorchè divisa
    da atavici
    ed incolmati
    campanilismi,
    tra il Porto,
    Campese
    ed il Castello,
    andare qua e là,
    modestamente,
    per “frasche”
    e per cantine,
    appena aperte
    e consolidate,
    a rigenerarsi
    con quell’ambrosia
    d’Ansonaco,
    che Dio
    gli ha dato
    e che quasi ribolle
    ancora nei i tini,
    per poi,
    finire in chiesa,
    in ogni chiesa
    di culto,
    a meditare
    sulla sua buona
    sorte,
    al confronto
    di quella disperata
    del Burkina Fasu,
    recando,
    secondo Cristo,
    con gioia
    ed amore sofferto,
    l’obolo, dovuto
    a chi vive,
    sempreché vi riesca,
    nelle tribolazioni.

  2. Gian Piero Calchetti

    A G R U S E S T U S !

    Assai lodevole l’iniziativa solidaristica promossa dalla Parrocchia del Giglio a sostegno delle iniziative mutualistiche in Burkina Fasu, una delle regioni più povere e disperate del mondo e con i più alti tassi di mortalità infantile che si conoscano.
    Anche la COOP in generale e quella di Riotorto (LI) in particolare, da anni ormai, hanno ”sposato” questa causa, portandola avanti con successo, ancorchè relativo, considerate le condizioni di partenza ed il contesto soci-economico in cui c’è, praticamente, bisogno di tutto.
    Le cooperative, infatti, che, anno dietro anno, mandano risorse e personale, hanno creato un centro abitato “attrezzato”, che già s’avvale d’una “foresteria” per gli ospiti, d’una infermeria-ospedale, dotata d’attrezzature per interventi urgenti e per consentire parti in sicurezza (con l’assiduo concorso di alcune cooperatrici-ostetriche, che, a scadenze regolari, si recano colà, vengono anche addestrate alla “maieutica” giovani infermiere del luogo), una pizzeria di tutto rispetto, più pozzi ed orti sufficienti a consentire la coltivazione di frutta e verdura d’ausilio all’alimentazione, seppure non ancora in grado di garantire un integrale soddisfacimento dei bisogni.
    Ma questa iniziativa del Clero gigliese e dei Missionari che sono andati a coadiuvarlo, per me che, essendo d’origine contadina, sono ancora molto legato alla terra, assume, per molteplici ragioni, un valore particolare.
    Infatti, lconiugare la solidarità al consumo del vino, non solo costituisce (almeno per me) una rarità assoluta, ma anche un rito augurale che mi fa rivivere il passato, in quanto questo vino, che si chiama Ansonico e che è squisito, mi riporta al tempo in cui, anch’io, al centro d’Orbetello, ne producevo qualche “caratello” da poco più di 500 piante. Piante che, attraverso una vendemmia di famiglia, fatta d’accorte ed accurate “schiccature”, vedevano, poi, i ragazzi giuocare e pestare insieme, entro tini di mezza misura, quel miracolo della natura, che diventato, in pochi giorni, un vero e proprio “giulebbe”, faceva 14 gradi e mezzo, privo d’acidità, e giallo paglierino come la pipì degli infanti.
    Ma anche ad altri tempi, quando frequentando la Chiesa, facevo talvolta il “chierichetto” e “seguivo” attento la Messa fino al “miracolo” finale della “transustanziazione”.
    A quel punto, dopo la “manducazione” dell’ostia, al sollevare del calice, la mia fantasia si scatenava, prefigurando la “cantina del tesoro” in cui era custodito quell’elisir di vino, che, riservato al Prete per la sacra funzione, non era consentito ai comuni mortali.
    E mi veniva tanta voglia di rubarglielo e d’aggiungerne d’ordinario come, si diceve, facesse la “perpetua” che tirava su di gomito ed il “prevosto”, talvolta, la trovava alticcia.
    Come mi raccontava mio padre, che oggi non è più, che, non ostante fosse un grand’uomo, non conosceva il Latino e che, di tanto in tanto, reiterava la storiella del chierico che, dopo aver ceduto alla tentazione d’assaggiare quella rara delizia, non avendo a portata di mano un vino comune con cui ripristinare il livello dell’ampolla, dovendo agire in fretta, s’era avvalso d’un po’ d’aceto di “bottega”.
    Da cui, la risata, tra sé e sé, del mio “vecchio” che, prefigurando il gesto sacrale del sacerdote al primo sorso gli faceva gridare: “Agrus estus!!”.
    Cosa c’è di più bello e di più buono, dunque, dopo essere andati, per altri ambulacri e per altre cantine a celebrare la vendemmia, abbondante o scarna che sia stata, del recarsi in quella, ben fornita., del Prete, con la certezza di bere, se non proprio quello della Messa, quantomeno l’Ansonico più buono del Giglio (posso ben dirlo perché, un tempo, qualche fiasco di quello leggendario di Don Andrea Rum ho pure avuto la grazia di poterlo centellinare), e colà, seduti e rinfrancati per il lungo e sempre più incerto camminare, un po’ “su di giri”, ovvero con lo sguardo alquanto inebriato, mettersi una mano in tasca e tirar fuori qualche soldo (quanto più è possibile senza soffrirne) nella certezza che andrà a soddisfare bisogni ed esigenze vitali per la povera gente del Burkina Fasu, che, nella miseria più nera, rischia addirittura di morir di fame.

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