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Diario da una quarantena: “Forza e Coraggio, che dopo Aprile viene Maggio”

Diario da una quarantena all’Isola del Giglio: “Forza e Coraggio, che dopo Aprile viene Maggio”

Ho imparato che il coraggio non è l’assenza di paura, ma il trionfo su di essa. L’uomo coraggioso non è colui che non si sente impaurito, ma colui che vince la paura.
Lo ha detto Nelson Mandela qualche annetto fa, lo ha ripetuto, molto più prosaicamente e durante il pre-partita di un Italia – Rep. Ceca del mondiale di Germania, quello che nel 2006 era probabilmente il miglior telecronista possibile per raccontare la realizzazione di un sogno sportivo che sembrava impossibile (link https://www.youtube.com/watch?v=-r6DWeVi_BU); frasi magari gonfie di retorica ma efficaci.
Mi ci sono ritrovato a riflettere sopra, amaramente, lo scorso Gennaio, quando mi sono imbattuto per caso, girovagando sui social, nella storia di un bravo cristo che vedeva sgretolarsi la vita in mano e stava perdendo definitivamente quanto avesse di più caro: spiegava (per chi fosse curioso può leggerne i passaggi più significativi qui http://www.mentecritica.net/elogio-della-debolezza/oldstuff/comandante-nebbia/51123/ e qui http://www.mentecritica.net/tre-gradi-di-solitudine/oldstuff/comandante-nebbia/51161/) con poche efficaci frasi che la paura è il più umano dei sentimenti, che non c’è nessuna vergogna nell‘abbandonarsi ad essa, che non è obbligatorio essere eroi.
Questa premessa perché i giorni che stiamo vivendo si sublimano nel contrasto tra coraggio e paura, si sostengono in equilibrio precario sulla fiducia, con un’unica parola chiave: empatia.

Ma andiamo con ordine facendo un passo indietro.
Non so se anche per qualcun altro sia andata così, ma l’autunno/inverno appena passati sono stati di una tristezza quasi disarmante: poche cose sono andate come dovevano andare, tante persone ci hanno abbandonato. Nel nostro piccolo abbiamo perso madri e padri, nonni e cari zii, sorrisi contagiosi e risate fragorose, figli, amici … tutti in rapida sequenza e ad un ritmo incessante. Ma è una caratteristica che, sempre curiosando tra i social, ho ritrovato anche in altre realtà diffuse in giro, dalle più vicine terre fino ai palcoscenici stellari e lontanissimi.
Ricordava tutto così sinistramente l’autunno del 2011, la sua serie quasi interminabile di “partenze” (https://www.giglionews.it/chi-parte/?pno=32 e https://www.giglionews.it/chi-parte/?pno=31 ), e continuava ronzarmi per la testa un vecchio pensiero: cioè che in quell’occasione era come se qualcosa/qualcuno avesse chiamato a sé le anime migliori affinché si prendessero cura di noi che restavamo ed avevamo bisogno di una guida (qualche Angelo custode o chiamatelo-come-volete in più?) in quella sfida di abnormi dimensioni che di lì a poco ci saremmo trovati ad affrontare con la tragedia della Costa Concordia. All’inizio di Febbraio del 2020 continuavo a chiedermi se fosse la mia solo un’impressione, o se realmente mi dovessi aspettare qualcosa di veramente tremendo, una nuova terribile sfida.
Adesso che conosco la risposta mi ritrovo a verificare anche un’altra netta somiglianza con quell’inverno del 2012: questa sensazione di indefinito, di trauma prolungato nel tempo, l’idea di non vedere in alcun modo la luce in fondo al tunnel. Il tempo che si dilata, giorni che sembrano settimane che sembrano mesi … Cosa accadrà? quando e come ne usciremo? Cosa ci aspetterà dopo? E nel frattempo cosa faremo e come lo faremo per andare avanti? L’unica risposta che sono riuscito a darmi è che sarà lunghissima, lunghissima e molto più dolorosa di quanto ci aspettassimo all’inizio, e che ne usciremo probabilmente peggiori ed impoveriti; oppure, come ho letto da qualche parte, ne usciremo soltanto per quello che siamo.
Ne usciremo probabilmente con fiducia e coraggio, ricordandoci che comunque il coraggio non è mai stato non avere paura: in questo caso paura di un nemico invisibile e spietato.

Per farci comprendere a pieno quanto terribile possa essere il nemico che abbiamo di fronte, siamo stati bombardati di immagini e parole (“Guerra” la preferita di molti), simboli e numeri; a me ha particolarmente colpito la storia di un giornalista (Renato Coen di SkyTG24) che ha deciso di raccontare senza troppi filtri e con molto coraggio come lui ha vissuto la malattia in prima persona (qua il link per gli interessati https://tg24.sky.it/cronaca/2020/03/28/coronavirus-renato-coen-guarito-covid-19.html). Con coraggio ma senza nascondere le proprie paure ed il proprio senso di inadeguatezza, perché il coraggio, per l’appunto, non vuol dire non avere paura; dobbiamo ricordarcene bene perché, per esempio, fermarsi e chiamare un medico al sospetto dei primi sintomi da COVID19 è un gesto che ci costa lo scontrarsi con le nostre paure, che coinvolgono sia la salute che sarà, sia il giudizio che cadrà inevitabilmente su di noi in questo torbido clima di caccia all’untore; ma è contemporaneamente e proprio per questi motivi un gesto di coraggio e di altruismo. In realtà il COVID19 è un virus infido e meschino, che ci colpisce alle spalle nelle nostre sicurezze, nei gesti automatici e quotidiani che facciamo senza rendercene conto: salutare un amico, sostenere (anche fisicamente) chi è un difficoltà, grattarsi il naso, toccarsi gli occhi, scambiarsi una penna, una chiave, o chissà cos’altro. Un virus spietato che ci castiga alla prima minima distrazione. Per questo motivo non hanno alcun motivo d’esservi quel senso di colpa in chi viene colpito e quell’altro tono di biasimo in chi ne parla.

Ci viene intanto chiesto di approcciare al futuro con fiducia. La stessa fiducia dimostrata ad esempio, sempre durante quell’Italia-Rep.Ceca di cui dicevamo all’inizio, da Simone Barone al fianco di Pippo Inzaghi: una corsa a due lunghissima durante la quale affiancò il suo compagno ben sapendo che la palla non gli sarebbe mai arrivata (link https://www.youtube.com/watch?v=V061-cUGVxY) Corsa inutile? Beh il risultato sta a lì a dire di no: palla in rete, vittoria nel sacco, Inzaghi sotto la curva, Barone ad abbracciarlo perché in fondo, senza quella corsa, il portiere avversario non avrebbe avuto quella minima incertezza che permise all’attaccante di scartarlo e andare a segnare.
Insomma, divagazioni a parte, ci viene chiesto di andare a correre alla cieca nella speranza che qualcuno più bravo di noi (presumibilmente un gruppo di ricercatori o di medici) ci tolga dai guai, cercando nel frattempo di fare al meglio possibile la nostra parte, ma senza la minima garanzia di successo, con l’unica certezza che “uniti ce la faremo” (si ma forse) …
I dubbi e le paure quindi sono molteplici, ma come si diceva all’inizio “il coraggio non è mai stato non avere paura”. Il coraggio sono gli occhi un po’ persi di un uomo vestito di bianco che benedice, nel silenzio più totale, una piazza vuota (la Piazza delle piazze, tra l’altro) ricordandoci che “nessuno si salva da solo”; il coraggio è un signore spettinato a reti unificate che, con un garbo ed una compostezza mai viste prima, grida con orgoglio ai grandi d’Europa la nostra delusione e la nostra rabbia, richiamandoli alla compattezza e alla solidarietà, facendosi carico della voce di milioni di Italiani (e Spagnoli, e Francesi, e Greci e molto presto anche di tutti gli altri).
Il coraggio è ovviamente in tutti gli operatori della sanità pubblica che sono andati costantemente al lavoro, molti rientrando da riposi e pensioni, in molti casi senza garanzie, protezioni e tutele, portandosi magari dentro il fardello dei troppi giudizi sommari, vomitati addosso al loro operato nel corso di questi ultimi anni in cui ci sentiamo “tutti tuttologi del tutto”, in un bisogno sempre più morboso di giudicare gli errori di chiunque, preoccupandoci ben poco di migliorare noi stessi.

La parola chiave si diceva, sarebbe empatia. Mai come adesso stiamo comprendendo come un nostro comportamento sbagliato può avere severe ripercussioni sulla vita degli altri; sarebbe di per sé una cosa talmente scontata che ce ne saremmo dovuti accorgere prima, senza bisogno che fosse una pandemia a venircelo a ricordare. Ecco, possiamo dire che l’empatia è tutta nel leader Albanese che dice “non siamo un paese ricco, ma non ci scordiamo degli amici in difficoltà, nonostante tutto”. Sarà importante sapersi porre nei panni di chi abbiamo di fronte per comprenderne le angosce, le paure e le necessità; sarà fondamentale che a farlo meglio di tutti sia la politica ad ogni livello, perché senza empatia nessuno sarà capace di interpretare i reali bisogni della gente, di chi non ha letteralmente idea riguardo a come riuscirà a garantire, intanto, un pasto decente per la propria famiglia, che a pianificare il futuro, per adesso, neanche riesce a pensarci da quanto è angosciante il solo pensiero. Sarebbe quasi il caso di rispolverare, dopo circa duemila anni di patimenti, quell’idea strana che provò a metterci in testa un tale, che alla fine però inchiodammo sulla croce: che potrebbe cioè essere una gran cosa provare per una volta, tanto per cambiare, a volerci bene.

Ci affacciamo così alla famosa fase 2, ma a che punto siamo veramente? Siamo davvero all’inizio della fine (della pandemia) o siamo soltanto alla fine dell’inizio? Se è vero che almeno fino alla primavera del 2021 dovremo imparare a convivere con il virus, è lecito pensare che quando tutto questo sarà finito saremo talmente cambiati, e sarà cambiato il Mondo che ci circonda, che ci ritroveremo a non desiderare più ciò che ci auguriamo adesso, a non voler più fare tutte quelle cose che facevamo prima, o semplicemente a non potercele più permettere.
Personalmente, ad esempio, il senso di ciò che sarà lo vedo in un’intera classe di studenti, i diplomandi di quest’anno, per i quali la famosa “notte prima degli esami”, intesa sia come canzone sia proprio come nottata in bianco vera e propria, assumerà un significato del tutto alieno a ciò che invece ha rappresentato finora per tutti gli altri; lo stesso dicasi per i bambini di 6 anni che potrebbero vivere il loro primo giorno di scuola davanti ad un PC, o tablet o smartphone; potrebbe addirittura essere il primo anno da tempo immemore senza Palio al Porto e senza quadriglie al Castello (nel qual caso vi prego, vi scongiuro: non provate a riproporli sotto forma di flashmob dai terrazzi!!!).

Adesso servirebbe una chiosa che concluda un po’ tutto (in gergo giornalistico neanche mi ricordo come si chiami) una roba alla Fabio Caressa tipo “il coraggio non è mai stato non avere paura etc. etc. … e allora coraggio Giglio, coraggio Italia”; preferisco però chiudere in maniera altrettanto retorica e nazional-popolare, e per farlo mi basta un frase che sentivo spesso pronunciare a nonna Giulia, ed un link, questo https://www.youtube.com/watch?v=TYs5zXua0pw 
“Forza e Coraggio, che dopo Aprile viene Maggio”

(si ringraziano il Sig. Ligabue Luciano ed il compianto sig. Douglas Adams per aver fornito, inconsapevolmente ed a gratis, un paio di citazioni sparse qua e là)

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