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Le mugnache gigliesine. Ovvero la resilienza di un piccolo alberello.

Le mugnache gigliesine. Ovvero la resilienza di un piccolo alberello.

Mentre mi ritrovo con le braccia colme di meravigliosi frutti dal colore del sole, che mio marito ha colto in campagna, sto riflettendo del perché tanta gioia mi assale.

In casa mia, da anni non ci sono stati contadini o lavoranti della vigna.
Le terre di famiglia, piccoli appezzamenti sparsi un po' qua e là, fanno parte ormai, dello scenario paesaggistico dell'isola, con la fioritura di fiori di campo in primavera,

Gli ultimi aromi, che entravano nelle nostre pareti domestiche, erano quelli dell'orto; ogni mattina, nella fresca luce dell'alba, zio Raffello si alzava in silenzio e come un soffio, per non disturbare il nostro sonno, sorseggiava il caffellatte, poi apriva e chiudeva l'uscio di casa per raggiungere con la sua ape, la terra delle Grotte.

Là, avevamo un grande pozzo privo di vena sotterranea che si riempiva con le piogge, quindi, sempre asciutto nel pieno dell' estate, ma Raffello riusciva in quel lasso di tempo, a far crescere ciò che ogni fine inverno iniziava con tanta premura: prima la semenza, da trapiantare nella porga una volta spuntati i germogli, oppure costruiva le andane: cumuli di terra che tagliavano la posta in più parti; su questo terreno bombato, che annettava periodicamente col marroncello, vi piantava i pisellini.

Tante volte, da piccola, mi portavano all'orto con il compito di annettare quei verdi piccoli baccelli; usavo il marroncello come fosse un giocattolo convinta che quel piccolo strumento, lo avessero inventato gli adulti per tenere -a bada- i figlioli, che per necessità si portavano dietro.

Per me era un gioco molto ambito.

Al tempo giusto, ogni giorno, prima del tocco, zio, arrivava con il paniere pieno di prodotti, poi, con le grosse mani esperte, li spargeva sul tavolo di cucina per scrollare -forbicine, pizzicarole e formiche-, gli insetti rimasti prigionieri durante la raccolta, soprattutto dei carciofi.

Un vecchio detto sentenzia: l'orto vuole l'omo morto; forse è vero, e il vero perché, lo sa solo l'omo, ma gli occhi di zi' Raffello, mentre poggiava il grosso cesto di verdure erano vivi e ricchi di soddisfazione, proprio come i miei mentre accolgo la mugnachelle, poco più grandi di un'oliva noce donate da un antico alberello dai rami semi spogli, dove tutta l'energia della pianta si concentra testardamente con generosità sui frutti: le mugnachelle appunto.

E con il frutto, profumato oltre l'immaginabile, riappare viva alla mia memoria un'atmosfera natia e familiare, dove c'eravamo tutti con la nostra ondata di vita, ognuno col suo carico di impegno, di attese e di buonumore.

Recuperare, anche per pochi momenti, la scena di quei diversi giorni lontani fa splendere di gioiosa ricordanza la giornata che mi si presenta.

Palma Silvestri

Glossario
Porga: piccolo andito dove vengono messe le semenze da far germogliare.
Solco: incavo stretto e allungato, prodotto nel terreno con la zappa (in questo caso da chi cura l'orto), in cui vengono messi a dimora i germogli.
Andana: striscia di terreno a cumulo, utile per la coltivazione dei legumi…ceci; pisellini.
Posta: spiazzo di terreno quasi sempre rettangolare in cui si svolgono le operazioni dell'orto o della vigna.
Marroncello: strumento simile alla marra, ma molto più piccolo, utile per zappettare l'andana. (annettare: nettàre -pulire dalle erbacce)

p.s
- Nota sulla probabile origine della parola - mugnaca -
(Paolo Canè - da il Bolognese del 18/06/07)

"Mi sono sempre chiesto perché l'albicocca richiamasse quell'albus latino, pur essendo gialla e perché in dialetto si chiamasse "mugnèga", con conseguente parola italo-bolognese "mugnaca"! Adesso credo di saperlo, anche se, lo ripeto, in fatto di etimologia occorre andar cauti, specie se non si hanno solide basi di studi.

Albicocca non ha nulla a che vedere con "bianco", poiché viene dall'arabo al-barquq attraverso lo spagnolo albercoque! Da notare come quasi tutte le parole in "al" siano di origine araba e come molte parole si trasmettano da una lingua all'altra, seguendo le vicende della Storia! Il nome latino di questo frutto originario dell'Armenia, era prunus armeniaca, ed è probabile perciò che questa "armeniaca" sia la ... nonna di "mugnèga-mugnaca"! Così come la pesca, originaria della Persia, era prunus persica, chiamata in italiano persica e in bolognese pérsga, per poi diventare finalmente "pesca" e "pésga": trasformazioni della lingua e del dialetto, ma non di precedenti toponimi, come quel San Giovanni in Persiceto (Bo) che resta immutato nel tempo."

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